Il tempo di concedere tempo al tempo. L’arrivederci di Tom Dumoulin

Scriveva Chet Baker all’amico impresario Gus che Maastricht “ha gli spettri dentro, li intravedi tra le persone che si aggirano tra i tessuti e i bulbi del Markt, che escono ciondolanti nella notte che le stelle non riescono a schiarire. Sono spettri ansiosi e terribili, che si mescolano al normale scorrere del giorno, ma che appaiono per quello che sono negli ululati delle taverne in quelle sere senza gioia”. A Maastricht il trombettista c’era finito per qualche concerto in un periodo complicato della sua vita nel quale diceva di voler abbandonare ancora la tromba. “Quegli occhi che nulla hanno a che fare con il corpo che li ospita sono lo specchio di qualcosa che deve cambiare. Io devo cambiare”.

Gli occhi di Tom Dumoulin hanno iniziato a vedere il mondo a Maastricht. Molte volte in questi anni non hanno avuto a che fare con il corpo che li ospita. Un corpo sicuro, forte, capace di entrare nel ciclismo in modo potente ed elegante, di spazzare le pianure per favorire volate altrui, di restringere il tempo a cronometro e spianare le montagne come fosse lo stesso, muovendo i pedali allo stesso modo, alla sua maniera, elegante e fuori dal tempo. Fuori dal tempo come il suo modo di fare, riservato ma mai scontroso, gentile ma mai accomodante, distaccato ma mai menefreghista. Buone maniere, pochi sorrisi ma mai di circostanza, ma sempre un po’ imbarazzati. Come i suoi occhi, determinati, ma sempre un po’ persi, lontani da quel clamore, come se chiedessero, chissà quanto inconsciamente, davvero credete che quello che dico possa interessare a qualcuno? Un estraniarsi che era quasi un messaggio di tregua: fatemi pedalare, lasciatemi solo pedalare, sono uno che pedala, mi ci sono trovato qui, nemmeno volevo esserci.

Dal 2016, da quando ha vestito per la prima volta la maglia rosa al Giro d’Italia dopo aver conquistato la cronometro di apertura di quell’edizione ad Apeldoorn, Tom Dumoulin aveva gli occhi di chi si trovava a una festa senza aver ricevuto l’invito, lo specchio di qualcosa che doveva cambiare.

L’anno dopo l’olandese conquistò la corsa rosa. Da quel giorno “le aspettative intorno a me sono diventate sempre più grandi. Volevo che tutti fossero felici. La squadra, gli sponsor, i miei compagni, mia moglie, la mia famiglia. Ma io ero abituato ad avere a che fare solo con le mie aspettative. E per un atleta di alto livello sono già di per se difficili da gestire. Così invece tutto si è rivelato più difficile di quanto pensassi, e per questo ho perso un po’ di vista me stesso”, ha detto in una videointervista nel canale YouTube della sua squadra, la Jumbo-Visma.

Meno di dieci minuti per dare un arrivederci al ciclismo. “Ho preso la decisione ieri. E la squadra mi sostiene in questo. Ora mi sento davvero bene. È come se uno zaino di cento chili mi fosse scivolato dalle spalle. Mi sono subito svegliato felice”.

Dumoulin ha detto “troppo a lungo ho dato peso a quello che pensano gli altri: ma io cosa voglio? Cosa desidera l’uomo Tom Dumoulin in questo momento della sua vita? È una domanda che mi facevo da mesi, senza mai avere il tempo di rispondere, perché la vita da ciclista professionista va avanti coi suoi ritmi. Ma quella domanda rimane. Cosa voglio? Voglio ancora essere un ciclista? E se sì, in che modo? In questo momento non so bene cosa fare. Per questo motivo ho deciso di fermarmi per un po’. Cosa succederà adesso ancora non lo so”.

Una confessione piena di domande e vuota di risposte, se non una: la necessità di dare tempo al tempo, di dilatarlo invece che restringerlo, di occuparsi di ciò che la bici a volte cura, la mente, ma a patto che sia spinta a passo lento, al giusto passo.

Il ciclismo di tempo non ne dà, lo divora. È un continuo vagare al limite del limite umano, una ricerca costante dell’estremo: fisico e mentale. Aveva ragione Francesco De Gregori a cantare che “si correva per rabbia o per amore / Ma fra rabbia ed amore il distacco già cresce / E chi sarà il campione già si capisce“. Gli anni di Costante Girardengo e di Sante Pollastri però non sono più quelli di adesso. E ora la rabbia è stata sostituita dalla convinzione, dalla volontà di primeggiare, di essere il migliore. Dumoulin in questi anni si è sempre stupito di tutto ciò. Ci teneva certo a essere il migliore, ma non ne era convinto. “Trovo strano quando le persone tifano per me, perché non penso che quello che faccio sia così speciale. Questo lo pensano gli altri. Per me, un medico che salva una vita fa qualcosa di veramente speciale, ma nessuno lo tifa. Fanno il tifo per un ragazzo che va veloce in bicicletta. Questo è davvero stupido. Se non fossi un atleta io stesso, non andrei in piazza a tifare per un ciclista o un calciatore”, disse a Soigneur nel gennaio del 2019.

Vale la pena inseguire tutto ciò? In pochi se lo chiedono davvero. Vale la pena spingersi all’estremo per fare qualcosa di cui non si è convinti davvero? Forse sì, a patto che queste domande non le si pongano. Dumoulin però se le è poste. E se le è poste perché “al ciclismo ci sono arrivato perché mi sono accorto e si sono accorti che andavo forte. Fosse stato per me non sarei mai stato qui, avrei fatto il medico. Ma la vita è imperscrutabile, a volte ti conduce lei, a volte la conduci tu o almeno ti sembra di farlo”, disse alla radio olandese a pochi giorni dalla vittoria del Giro d’Italia.

Ci vuole coraggio e convinzione per decidere di non farsi condurre dagli eventi. Soprattutto se questi ti portano in un modo o nell’altro a essere tra i migliori ciclisti al mondo, soprattutto se questo prevede rinunciare agli onori (sia sportivi che pecuniari) che la tua posizione prevede. “La bicicletta l’ho imparata ad amare, ora non mi vedo senza. Il ciclismo? Beh, il ciclismo è il mio mestiere”. Dumoulin si è preso una pausa dal ciclismo, dal suo stress, dalla vita errabonda che comporta. Si concederà ad altro. “Di sicuro parlerò molto, chiamerò amici. Penserò, uscirò col cane, cercherò di capire cosa voglio adesso come essere umano”. Forse pedalerà, come ogni amante della bicicletta, al suo passo, inseguendo il suo tempo, quello che ha deciso di congelare. Ma solo nel ciclismo.

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