Adam Yates e la serenità ritrovata

Adam Yates e la serenità ritrovata

17/06/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

In cima al podio di Villars Sur Ollon, quello finale del Giro di Svizzera, Adam Yates era vestito di giallo e sorrideva sereno. Nei suoi occhi però gioia e soddisfazione erano macchiati da uno stupore lievemente malinconico. C’era finito solo due volte sul gradino più alto di un podio di una corsa a tappe quando correva da capitano, da primattore assoluto, stella madre di un sistema planetario.

Sono passati quattro anni da quando ha smesso. Da quando lasciò la squadra che lo aveva lanciato nel grande ciclismo e che, in un modo o nell’altro, sentiva di averne tradito la fiducia. Perché attorno a lui e alla sua metà, il gemello Simon, la GreenEDGE, ora Team Jayco AlUla, avevano costruito un progetto che li avrebbe dovuti portare in pianta stabile sui podi delle più grandi corse a tappe di tre settimane.  

Perché dieci anni fa, se c’era una certezza tra gli appassionati e gli addetti al lavoro australiani, era quella che quei due gemelli inglesi sarebbero diventati tra i migliori interpreti dei grandi giri e di tutte le classiche adatte agli scalatori. 

Non andò proprio così. Nonostante c’avessero provato. 

Nella tarda estate del 2020 Adam Yates decise che era tempo di fare altro. Abbandonare gli obbiettivi che si era prefissato sino a quel momento e diventare un battitore libero.

Passò alla Ineos, alternò periodi buoni a periodi meno buoni, andò vicino al podio in una Vuelta senza mai davvero essere in corsa per salirci, finì terzo a un Giro di Lombardia. Oltre a vincere due brevi corse a tappe (la Volta a Catalunya e il Giro di Germania). 

Disse che il passaggio alla Ineos era un passo di lato nella sua carriera, cercare di trovare la sua dimensione altrove dalla calda e familiare alcova che lo aveva sempre accolto. 

Quel passo di lato si trasformò due anni dopo in un passo indietro. Non di ritorno però. Un passo indietro nelle gerarchie: da battitore libero, capitano-cocapitano, a luogotenente, la ruota più vicina a quella del capitano designato, Tadej Pogacar. 

Di Adam Yates, all’epoca della firma del contratto con la UAE Team Emirates, si cantò il requiem ciclistico. Venne scritto della fine anticipata di un corridore che avrebbe potuto vincere molto più e molto meglio di una Klasikoa e qualche tappa in corse di una settimana. 

In quel passo indietro però Adam Yates è riuscito a farne almeno un paio avanti. Paradossalmente il dover pensare ciclisticamente agli altri – a un altro – e non più solo a se stesso lo ha alleggerito e ringiovanito.

In pochi mesi il suo muovere i pedali è tornato a essere quello di un tempo che sembrava ormai perduto per sempre. Un tempo nel quale il futuro era infinito e le gioie lì per essere colte a nemmeno un passo da lui. 

Adam Yates è tornato a salire leggero le montagne, a vincere nelle brevi corse a tappe e nelle corse di un giorno. Ha alzato le mani anche lì dove non c’era mai riuscito, in una grande corsa a tappe, la più grande: il Tour de France. E a Parigi, quella Grande Boucle, l’ha conclusa sul podio. Nemmeno questo era mai accaduto.

Cosa è cambiato in Adam Yates?

Chi lo conosce bene, dal Tour de l’Avenir del 2013, ha detto a Girodiruota che “Adam, forse per la prima volta in vita sua, pedala felice. Con quella serenità di chi si è tolto un fardello che non voleva davvero e che cercava di liberarsene in ogni modo”. 

Cos’è cambiato? “Ora deve fare i conti lontano dalle gare solo con la pressione che si auto infligge per essere al meglio quando corre con Pogi. E poi è tornato a correre più spesso a piedi. Fino a qualche anno le squadre lo vietavano, poi hanno capito che male non fa, che se uno si rilassa di più così deve essere lasciato libero di farlo”.  

I primi a capirlo furono quelli della Ineos. Adam Yates tornò a corricchiare a piedi nel 2021 (si iscrisse alla maratona di Barcellona e la terminò in meno di tre ore, un ottimo risultato per uno che disse di aver corso solo un po’ in spiaggia). “Ora corre più spesso. È sempre idiota vietare ai corridori di fare ciò che li fa stare bene. Ora anche i team iniziano a capirlo. Se ripenso a Tom Dumoulin e Marcel Kittel, con cui ho avuto l’onore di lavorare, mi dico che avrebbero corso e vinto di più se le loro squadre avessero permesso loro di fare ciò che li appassionava”.