Site icon Girodiruota

Alla Vuelta 2022 ci sono cinque giovani da tenere d’occhio

Primoz Roglic e Richard Carapaz si augurano che possa andare come due anni fa, una lotta a due per la maglia rossa, tra loro due, con tutti gli altri dietro a distanza di sicurezza. Servirebbe a entrambi una Vuelta come quella di due anni fa, ché c’è una stagione da sistemare, da rimettere su binari almeno un po’ simili a quelli che s’erano immaginati a inizio 2022. Non è andata come avrebbero voluto, almeno sino a questo momento.

Al primo è andato storto tanto, il Tour de France soprattutto, quello chiuso anzitempo alla quindicesima tappa, quello vinto dal compagno di squadra ed ex scudiero, Jonas Vingegaard. Il secondo aveva puntato sul Giro d’Italia, l’avrebbe voluto rivincerlo, ma il Fedaia gli ha portato in dono gambe troppo stanche per poter competere con Jan Hindley, e la maglia rosa si è stinta pedalata dopo pedalata, sino a scolorirsi del tutto: ha chiuso secondo e si sa che a fare secondi, spesso, ci si resta più male che a fare terzi.

Va quasi mai, almeno nel ciclismo, come si vorrebbe. C’è sempre qualcosa, soprattutto qualcuno, che si mette di mezzo e tenta di scombussolare tutto. E tra Roglic e Carapaz, soprattutto davanti a Roglic e Carapaz, in tanti ci vorrebbero finire, anche perché in un modo o nell’altro non sono pochi quelli che, almeno prima della partenza, hanno in mente di poter competere con loro e magari stargli davanti. Perché Remco Evenepoel, Mikel Landa, Miguel Angel Lopez, Jai Hindley e Simon Yates è gente che ci sa fare a pedalare e che, per cose fatte o potenziali, ha le capacità per rendere dura la vita allo sloveno e all’ecuadoriano.

Se qualcosa però ci hanno insegnato le edizioni passate della Vuelta a España è che, molto spesso, nella penisola iberica il presente si distorce e si infutura, accelera insomma il suo normale flusso sino a cambiarne, a volte, il normale flusso. È stato in Spagna che Tadej Pogacar, nel 2019, ha fatto capire di essere ben più che un giovane dalle belle speranze; è stato in Spagna che Chris Froome ha fatto capire che era corridore adatto, adattissimo, alle corse a tappe di tre settimane; allo stesso modo di Vincenzo Nibali (che in Spagna saluta le corse a tappe di tre settimane) e, ben prima dell’italiano, Bernard Hinault e Pedro Delgado.

Anche quest’anno la Vuelta potrebbe presentarci un accenno di futuro, qualcosa che nei prossimi anni ci potrebbe far dire, “te lo ricordi quando tutto è iniziato…?”.

Vuelta 2022, cinque giovani da tenere d’occhio, pensando agli anni che verranno

Juan Ayuso

Chi ha visto pedalare Juan Ayuso al Giro ciclistico d’Italia del 2021 (la versione U23 della corsa rosa), e non solo al Giro ciclistico d’Italia, ha facilmente capito che di corridori così ce ne sono pochi in circolazione. Di talento ne ha a vagonate, va forte ovunque, soprattutto in salita, ha soprattutto la capacità, mica così comune, di saper gestire quello che va gestito, e con la calma giusta, quella che solitamente hanno quelli forti forti. Chi ha visto pedalare Juan Ayuso tra i professionisti ha potuto notare che quest’ultima dote non l’ha persa, anzi l’ha pure affinata, nonostante qualche contrattempo, che per uno che non ha nemmeno vent’anni è cosa parecchio normale.

Alla Vuelta non partirà da capitano, ci mancherebbe altro, e neppure come secondo. Ci sono Marc Soler e Joao Almeida davanti nelle gerarchie. E pure Brandon McNulty, quest’ultimi ancora in età da maglia bianca. Marc Soler però  è ondivago di natura; Joao Almeida sta abbastanza bene, ha corso poco, ma uno come lui a ritrovar la gamba ci mette un attimo; Brandon McNulty è uno che non si fa problemi a mettersi a servizio di altri.

Ayuso ha detto che “le mie aspettative e quelle della squadra sono le stesse. Sono venuto alla Vuelta per imparare, divertirmi e vedere fino a dove posso arrivare. Il mio approccio è quello di andare giorno per giorno poiché è la prima volta che corro per tre settimane”. Ha messo le mani avanti, ha abbassato le luci su di lui, le ha rese soffuse. Anche perché è vero che la Spagna aspetta con ansia un nuovo campione, ma questa è la Vuelta dell’addio di Alejandro Valverde e l’attenzione per questo è altrove, rivolta verso l’Embatido. Lui non ha fretta, ha un contratto fino al 2028 con la UAE e ci pensa mica davvero a far classifica subito. Però di belle salite ce ne sono e l’idea di vedere l’effetto che fa star davanti coi migliori è cosa che piace a tutti. Soprattutto a un ragazzino che ha già una testa da uomo.

Luke Plapp

Luke Plapp ha iniziato a pedalare in pista. E andava forte, molto forte. E quando allo scatto fisso ha affiancato i rapporti ha capito che era uguale. Andava forte pure lì. E così dopo essere diventato campione del mondo Junior nella Madison e nella gara a punti nel 2018, si è preso pure il campionato oceanico Junior e quello australiano junior a cronometro, prima di finire secondo alle spalle di Remco Evenepoel in quello mondiale Junior sempre contro il tempo. Ci sta che un ottimo pistard possa andare forte a cronometro, ma Luke Plapp non ha presto scoperto che pure in salita si trova a suo agio, anzi parecchio bene. Sugli strappi, ma quello è semplice, almeno per uno come lui, poi sulle salite medie, infine, quest’anno, pure su quelle più lunghe.

Di Plapp alla Ineos dicevano solo una cosa: ha dati fisiologici non comuni. Di Plapp alla Ineos dicono ora un’altra cosa: ha la testa giusta per diventare qualcuno. E se queste due caratteristiche si sommano va sempre a finire che si sta davanti, a tal punto davanti che si sale sul podio.

Farlo già alla fine di questa Vuelta sembra abbastanza difficile. Un po’ perché il capitano è Richard Carapaz, che è uno che magari non vince, ma se parte da leader difficilmente finisce fuori dai primi tre; un po’ perché le alternativa da alta classifica sono Tao Geoghegan Hart e Pavel Sivakov. E poi c’è Carlos Rodriguez, che ha la stessa età di Plapp, ma un po’ di esperienza in più e diversi chilometri in testa al gruppo più dell’australiano.

Xabier Mikel Azparren

Tra le certezze di Xabier Mikel Azparren c’è quella che non riuscirà mai a vincere una Vuelta o un’altra corsa a tappe di tre settimane. Per il resto può accadere di tutto. Perché Xabier Mikel Azparren è un corridore che non sa ancora quali siano i suoi limiti, a ventitré anni non è sempre semplice capirlo, e, soprattutto, non sa ancora quale sia la sua specialità, il suo punto forte. Il basco della Euskaltel-Euskadi va forte, parecchio forte, a cronometro, ma non solo a cronometro. È uno che sulle salite corte fa girare le gambe a meraviglia e che pure allo sprint non è fermo, sa trovare il suo posto. Soprattutto non ha paura di rischiare, anzi. Azparren è uno da fughe e uno che ha iniziato pure a capire come muoversi nelle fughe e come si portano all’arrivo. Uno che là davanti ci sta a meraviglia, figlio della certezza che, quando non si deve pensare alla classifica generale, è meglio farsi inseguire che dover inseguire. Uno che ha sempre idee bellicose. E in Spagna, alla Vuelta, molte volte a far battaglia si coglie pure qualcosina.

Maxim Van Gils

Alla Lotto, almeno negli ultimi anni, non hanno mai cercato uomini da classifica, perché è mica semplice gestire un uomo che punta alla vittoria di una grande corsa a tappe non avendo corridori adatti alla gestione di tre settimane di corsa. E la Lotto non ha corridori in grado di gestire le tre settimane di corse in chiave classifica generale. C’hanno altre ambizioni in Belgio, altre volontà. Tra queste ci sono gli sprint di gruppo e le fughe, magari da portare all’arrivo. Al via della Vuelta c’è uno dei corridori più abili a fuggire dal gruppo: Thomas De Gendt. E poi ce n’è un altro che potrebbe diventare parecchio bravo e che per tigna e testardaggine non è poi così distante da Thomas De Gendt.

Maxim van Gils è parecchio diverso dal compagno di squadra, più scalatore, parecchio più veloce nelle volate tra pochi, uno che potrebbe nei prossimi anni fare bene nelle classiche delle Ardenne e nelle brevi corse a tappe. Diversità a parte, c’è una cosa che li accomuna: farsi inseguire dal gruppo è cosa che piace a entrambi parecchio, a tal punto che l’essere raggiunti non è ipotesi che prendono mai davvero in considerazione.

La Lotto a questa Vuelta è venuta con una squadra senza leader né per le volate né per la classifica generale, ma con un’unica volontà: rendere la corsa un casino. E nel casino i volenterosi trovano sempre le loro giornate buone.

Gerben Thijssen

È piccolo e pure un po’ sgraziato in sella, ma ci sa fare e senza bisogno di nessuno. Gerben Thijssen è uno che sa fare da sé, che gli interessa nulla avere un pesce pilota che lo guida nelle volate, se c’è bene, se non c’è meglio, fa da sé. Ha paura di niente Gerben Thijssen, né degli avversari, né tantomeno della velocità, perché uno come lui tra gli avversari e nella velocità ci sguazza alla grande. Buono per la Intermarché-Wanty-Gobert. Anche perché la squadra belga c’ha in mente di fare grandi cose in salita con Domenico Pozzovivo, Jan Hirt, Louis Meintjes e Rein Taaramae – certo magari non con grandi ambizioni di classifica, ma si può mai sapere come va la Vuelta. In ogni caso, per star sicuri, gli hanno messo accanto Boy van Poppel, un tizio duro tanto quanto è duro Gerben Thijssen. Anche perché si nasconde mica il belga, non sarebbe da lui: “Di certo ho il mio posto nella lista dei contendenti per la vittoria allo sprint. Tim Merlier è probabilmente l’uomo più veloce in gara e no, non ho paura di lui. Mi stimola enormemente essere in grado di batterlo”, ha detto all’Het Laatste Nieuws.

Exit mobile version