Quell’Amstel Gold Race nella quale apparve van der Poel
19/04/2025Il 21 aprile del 2019 negli ultimi 1.400 metri dell’Amstel Gold Race capimmo che Mathieu van der Poel non era un corridore come tutti gli altri
Accadde tutto in pochi, pochissimi, minuti in quel 21 aprile del 2019. Tutto era andato come doveva andare e nulla faceva prevedere che quel 21 aprile del 2019, il giorno della cinquantanovesima edizione della Amstel Gold Race (qui la guida all’edizione 2025), diventasse uno spartiacque, una data e una corsa che avremmo ricordato per anni e anni a venire.
Duecentosessantaquattro chilometri e trecento metri su duecentosesantacinque chilometri e settecento metri erano passati sotto le ruote dei corridori. E avevano detto che Jakob Fuglsang e Julian Alaphilippe erano, in quei giorni, i corridori che in salita, o almeno nelle brevi e taglienti côtés del Limburgo, andavano più forti di tutti (il danese una settimana dopo vinse la Liegi-Bastogne-Liegi).
Jakob Fuglsang e Julian Alaphilippe erano davanti a tutti, centinaia di metri davanti a tutti. La linea d’arrivo distava un chilometro e quattrocento metri. Alle loro spalle una decina di corridori all’inseguimento, ma abbastanza distanti da non preoccupare troppo.
Jakob Fuglsang e Julian Alaphilippe avevano tempo di studiarsi, anche di rallentare la velocità, giocare d’astuzia. A patto di non esagerare. Esagerarono. Rallentarono, bisticciarono, non si diedero cambi. Dietro quella decina di corridori si avvicinava.
E si avvicinava per volere di un ventiquattrenne dalle spalle larghe. Uno che cinque anni prima prometteva di essere un gran corridore, ma che sino ad allora aveva preferito essere soprattutto un ciclocrossista fenomenale, privilegiando i campi invernali di Belgio e Paesi Bassi agli asfalti primaverili di Belgio e Paesi Bassi.
Quel ventiquattrenne dalla spalle larghe si era messo in testa a quella decina di disperati inseguitori a mille e quattrocento metri dalla linea d’arrivo. Tirava lui, e con convinzione, perché gli altri non tiravano. Tirava lui, e con convinzione, perché aveva capito che quei due davanti avevano più paura di perdere che voglia di vincere.
Non lavorava per qualcuno quel giorno, non c’era nessuno della sua squadra tra quei dieci disperati all’inseguimento di Jakob Fuglsang e Julian Alaphilippe e di Michał Kwiatkowski che nel frattempo li aveva raggiunti. Correva per una piccola squadra, una di quelle che non possono permettersi granché. Avrebbe pure avuto la possibilità di trasferirsi in uno squadrone. Aveva rifiutato perché lì dov’era si sentiva a casa e, soprattutto, non gli facevano storie se voleva passare i suoi inverni a correre nel fango.
A seicento metri dallo striscione d’arrivo della cinquantanovesima edizione della Amstel Gold Race, quel ventiquattrenne dalle spalle larghe accelerò ancora. La distanza tra lui e i primi tre si ridusse notevolmente in poche decine di metri. Sembrava tirasse la volata a tutti gli altri.
A volte il ciclismo sa essere un’illusione.
Non stava tirando la volata a tutti gli altri. Si era solo sdoppiato, stava facendo il pesce pilota di se stesso quel ventiquattrenne con le spalle larghe.
A trecento metri dall’arrivo smise di tirarsi la volata e iniziò a sprintare.
Quel ventiquattrenne dalla spalle larghe in un centinaio di metri recuperò la trentina che Jacob Fuglsang, Julian Alaphilippe e Michał Kwiatkowski avevano di vantaggio e gliene rifilò una cinquantina. Attaccato alla sua ruota era rimasto solo Simon Clarke, ma a distanza di sicurezza, dietro, e di molto, dalla linea del manubrio.
Quel giorno, quel 21 aprile del 2019, sul rettifilo che portava verso il centro di Berg en Terblijt, l’impensabile si realizzò.
Quel giorno, quel 21 aprile del 2019, sul rettifilo che portava verso il centro di Berg en Terblijt, fu il dove e il quando Mathieu van der Poel ci apparve per la prima volta nel suo enorme talento. Pochi, pochissimi, minuti di testardaggine e gambe vorticose. Pochi, pochissimi, minuti ai quali non eravamo preparati, capaci di riscrivere in mille e quattrocento metri ciò che i primi duecentosessantaquattro chilometri e trecento metri avevano scritto. Mathieu van der Poel aveva vinto la cinquantanovesima edizione dell’Amstel Gold Race. E francamente c’era da non crederci.
E non perché non sapessimo della sua bravura. Un mese prima aveva vinto il Grand Prix de Denain. Poche settimane prima aveva conquistato la Dwars door Vlaanderen ed era arrivato quarto al Giro delle Fiandre. Aveva fatto tutto questo però alla maniera di tanti altri.
Quel giorno, quel 21 aprile del 2019, no. Mathieu van der Poel non aveva vinto l’Amstel Gold Race alla maniera di nessuno, l’aveva vinta a modo suo, alla maniera di Mathieu van der Poel.
L’aveva vinta per sfinimento degli altri e suo, per convinzione e necessità di essere il migliore. L’aveva vinta tentando di rimanere solo per tre volte, la prima a quarantacinque chilometri dall’arrivo.
Non riuscì quel giorno a trovare la solitudine. Dovette inseguire, assieme ad altri che non avevano la sua volontà di vittoria, ad altri che non gli avevano mai dato un cambio. Se ne fregò di loro. Fece di testa sua.

