C’è il Giro a Milano, fuga al Vigorelli e quella volta che Nakano…

C’è il Giro a Milano, fuga al Vigorelli e quella volta che Nakano…

24/05/2026 0 Di Giovanni Battistuzzi

Fuga dal Giro d’Italia. Nel 1984 il comune cercò di riportare in auge il Vigorelli e al Vigo perdalò pure Kōichi Nakano. Il meccanico Roberto Durante ci racconta una cosa

Era il settembre 1984 e in via Ezio Biondi, a Milano, c’era un odore che non si sente più: un misto di gomma scaldata dal sole, olio da catena e ferro limato a mano. Era l’odore delle officine piccole, quelle dove il meccanico non era solo un mestiere ma una forma di apprendistato alla vita. Roberto Durante aveva trentatré anni, aveva aperto la sua bottega grazie ai soldi che gli aveva prestato una zia che aveva sposato un tipo parecchio ricco, senz’altro ben di più della sua sgangherata famiglia che per generazioni, prima dell’avvento delle fabbriche, aveva campato con il ferro vecchio. Alle biciclette si era appassionato da piccino, sugli spalti del velodromo Vigorelli. Aveva smesso con la scuola a quindici anni, era andato in fabbrica, all’Alfa Romeo, poi, appena quattro anni prima, aveva mandato a quel paese le automobili e si era dedicato al suo grande amore: le biciclette. Di lui dicevano: “Quello lì ha le mani che capiscono prima della testa”. Lui rideva, si asciugava le dita sul grembiule e rispondeva: “Io faccio solo andare le cose come dovrebbero andare”.

Alla sua bottega non ci andava chissà quanta gente, ma quella che ci andava rimaneva contenta, più che contenta. E soprattutto ci andava quella sufficiente per fare in modo che ai suoi due bimbi non mancasse cibo, vestiti e giocattoli.

La sua era una vita come tante. Tutto cambiò però una mattina di settembre. Avevano riaperto il Vigorelli perché il comune aveva in testa di provare a rilanciarlo. Avevano speso pure bei soldi per organizzare una riunione su pista come si deve. Erano riusciti pure a convincere, scucendo un po’ di lira dal portafoglio, a convincere Kōichi Nakano, l’uomo che dominava la velocità come se fosse un’estensione del proprio respiro. Undici titoli mondiali consecutivi: un record che sembrava scolpito nel legno del velodromo.

Nakano era arrivato a Milano con la sua bici giapponese, un gioiello di precisione maniacale. Ma quella sera qualcosa non funzionava. Il pignone fisso aveva iniziato a fare le bizze. Il suo meccanico personale era già ripartito per Tokyo, non era rimasto con lui negli ultimi giorni del suo tour europeo. E Nakano, che non si fidava di nessuno, aveva detto solo una frase: “Serve un meccanico che capisca le biciclette giapponesi”.

In tutta Milano ce n’era uno. Uno solo. Non era un veterano, non uno dei mostri sacri della meccanica milanese. Era Roberto Durante, quello della botteguccia in via Ezio Biondi.

Lo andarono a prendere di corsa. Lui pensò a uno scherzo. “Quando mi hanno detto che Nakano aveva bisogno di me, ho risposto: ‘Avete sbagliato Durante, io aggiusto le bici dei pendolari, mica dei campioni del mondo’”. Ma lo portarono lo stesso, e quando entrò al Vigorelli vide Nakano seduto sul bordo della pista, immobile come una statua, la bici appoggiata al muro.

Roberto si avvicinò. Guardò il pignone. Non parlò. Non serviva. Smontò, pulì, rimontò. Un gesto dopo l’altro, come se stesse accordando un violino. Nakano lo osservava senza muovere un muscolo. “Aveva quegli occhi lì, da uomo che non ti perdona un errore. Ma non mi tremava la mano. Non so perché. Forse perché la bici parlava chiaro”.

Quando finì, Roberto fece girare la ruota. Nessun rumore. Nessun tic. Solo il fruscio perfetto dell’acciaio che scorre.

Nakano si alzò, prese la bici, fece due giri di prova. Tornò. Si fermò davanti a lui. E disse in un inglese stentato: “Tu capisci le biciclette”. O così hanno tradotto a Roberto Durante. Lui arrossì. “Gli ho risposto: ‘Io capisco quando qualcosa non va. Il resto lo fa lei’”. Nakano sorrise appena, quel sorriso che non si concede ai fotografi. Poi aggiunse: “Se vieni in Giappone, trovi lavoro”.

Non ci andò mai, Roberto. Rimase in via Ezio Biondi, a far scorrere catene e a raddrizzare cerchi. Poi andò via anche da lì, si trasferì a Trieste, cambio di vita totale, per via dei nipoti.

Per anni, ogni volta che qualcuno gli chiedeva qual era stato il giorno più strano della sua vita, lui sospirava, si puliva le mani sul grembiule e diceva: “Quello in cui ho aggiustato la bici a un uomo che non sbagliava mai. E che per un attimo ha pensato che io fossi all’altezza”.


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