Il pavé unisce. L’inclusività del ciclismo nelle Fiandre

Il pavé unisce. L’inclusività del ciclismo nelle Fiandre

26/02/2022 0 Di Giovanni Battistuzzi

Ci sono luoghi esclusivi, che impongono scelte, aut aut. Luoghi che diventano simboli, ma giornalieri, una botta e via che si radica ogni dodici mesi, che accumulano storie buone per un anno intero. A volte basta questo e a volte avanza pure, che un racconto, quando è buono, è già tanta roba e ce lo si ricorda per anni e anni e pure decenni e, chissà, anche di più. Racconti che si assomigliano, fatti di scatti e difese, di fughe e inseguimenti, eppure sempre diversi fra loro, che si modificano al modificarsi dei protagonisti. Racconti che ne fanno uno più grande, che è sempre lo stesso, quello di una corsa.

Ci sono luoghi che invece esclusivi non lo sono affatto, ma inclusivi, anzi accoglienti. E non per clima o dolcezza e bellezza del contesto. Di quello quasi non ce ne si accorge, che tanto, lo si sa, è la strada l’importante. Almeno quando i protagonisti oltre a essere donne o uomini sono anche bicicletta. Luoghi unici a tal punto da essere non solo immaginario comune per milioni di persone che ancora trovano magnifico lo scorrere delle ruote delle bici per le strade, ma anche territorio comune di più corse, che dodici mesi per vedersi attraversare sono troppi. Perché le pietre hanno un suono ipnotico che attrae anche chi vorrebbe essere respinto. E allora meglio offrirsi a tanti, a chi vuole specchiarsi nella loro inclusiva e accogliente disponibilità.

Le strade delle Fiandre appartengono a quest’ultima categoria. Soprattutto quando puntano al cielo scegliendo la via più diretta per arrivare alla cima delle collinette che muovono in altezza il territorio. Ci si fa mica il problema di curve e tornanti lassù, le svolte al massimo servono in pianura a seguire i confini di appezzamenti e proprietà.

I muri non hanno padrone, sono bene comune, a tal punto comune che vanno bene per tutti, per chiunque voglia trasformarli in una rampa di lancio per sogni a pedali.

Per questo non c’è una classica, ma ce ne sono tante, e poco male se alcune hanno il prefisso semi a principio di parola. Nelle Fiandre non ci si fa quasi caso. Allo stesso modo che non ci si fa quasi caso che certi muri siano territorio di caccia per più corse e non per una soltanto.

E così a fine febbraio l’Omloop Het Nieusbland (primo appuntamento del World Tour in Europa) non segna solo l’inizio del programma di gare ciclistiche fiamminghe, ma della Campagna delle Fiandre, o Campagna del Nord se si vuol star larghi, che l’inclusività, soprattutto di questi tempi, non basta mai.

I muri, il pavé, le stradine di campagna sono quei luoghi che sono patrimonio comune di un popolo che è ben più ampio di quello che i confini si prendono la briga di tenere assieme amministrativamente. È patrimonio comune di interesse, ciclistico e sportivo, un filo che unisce tutto il mondo e che porta lassù. E checché ne avesse da dire Henri Péllissier, che quando, tra i primi non belgi, si avventurò per quelle lande per partecipare alla Ronde van Vlaanderen del 1922, sesta edizione della storia, la trovò “gara inospitale su strade inospitali, pari solo per rudezza a quella dei corridori di là, gente che ha scambiato il ciclismo per un volgare lotta agreste”, disse al quotidiano L’Auto. Solo una cosa il francese salvò di quei giorni fiamminghi: “La gente, persone che starebbero bene al lato di qualsiasi corsa sulla faccia della terra”.

La stessa gente, forse i pronipoti, che ancora considerano una festa popolare lunga un inverno e una primavera e più ancora, a raggiungere l’anno solare intero. Perché aspettando il mese sacro, quello della classiche (e semi- che semi- non sono), la bicicletta nelle Fiandre è applaudita sempre. E quando non corre per le strade va bene pure, anzi meglio, quella sugli sterrati del ciclocross.

E come si fa a spiegare a gente così che sul Muur van Geraardsbergen si può correre solo una volta l’anno? Si può mica. Neppure confinarlo al Giro delle Fiandre, che l’aveva “declassato” a muro di passaggio tra i tanti e non Muur e basta. Ora è territorio d’elezione solo dell’Omloop, in estate si concede anche al Benelux Tour.

Oppure che l’Oude Kwaremont debba per forza essere patrimonio della Ronde. Non è così, non deve e non può essere.

I muri nelle Fiandre uniscono, mica dividono. Solo luoghi di aggregazione.