La parità economica tra ciclisti e ciclisti è una questione di business

La parità economica tra ciclisti e ciclisti è una questione di business

25/11/2021 0 Di Giovanni Battistuzzi

Nel ciclismo esiste un divario, a volte netto, tra i montepremi delle gare maschili e quelle femminili. Come si può arrivare a superare questa disparità? L’intervento dell’ad di Flanders Classic, Tomas van den Spiegel


Nella sua carriera da cestista Tomas van den Spiegel si è affidato sempre a due principi per lui insostituibili: “Pragmatismo e realismo”, disse il suo ex coach in Nazionale, Eddy Casteels. “Sapeva di non essere un fenomeno e si adeguava. Ma non faceva il compitino: faceva solo quello che sapeva fare bene e lo faceva al meglio”.

Di questo se ne era accorto pure Gianmarco Pozzecco ai tempi della Fortitudo. Tomas faceva il blocco, Poz si liberava, Tomas tagliava, Poz gli serviva (spesso il pallone) e canestro: pick ‘n roll. Non le risolveva quasi mai le partite van den Spiegel, ma favoriva la risoluzione altrui. E mica è poco. S’è costruito una gran carriera su questo: dopo la Fortitudo sono arrivate Real Madrid, CSKA Mosca (tre campionati russi e due Eurolega, mica coriandoli) e l’Olimpia Milano.

Tomas van den Spiegel abbandonando il parquet non ha abbandonato i suoi principi: pragmatismo e realismo se li è tenuto stretti, tipico delle persone avvedute. Nessun volo pindarico né alla guida dell’ULEB (Union des Ligues Européennes de Basket-ball), né della Flanders Classics (la società che organizza le più importanti delle gare ciclistiche che si disputano nelle Fiandre), ma idee chiare e capacità di analisi. Non tutti i manager sono come Henri Desgrange, anche perché quasi tutto è stato inventato e tanto vale valorizzare al meglio quello che si ha: a quale persona di buon senso verrebbe in mente di rivoluzionare il Giro delle Fiandre?

Nelle Fiandre ci sono fortunatamente molte altre corse non organizzate dalla Flanders Classic.

Tra queste c’è la Danilith Nokere Koerse, semiclassica sul pavé che si svolge ogni anno, a marzo, nei dintorni della città di Nokere, nella provincia delle Fiandre Orientali. Una corsa bella, spesso combattuta e incerta, aperta a sprinter e avventurosi delle pietre. Gli organizzatori hanno comunicato in questi giorni che le gare maschile e femminile avranno gli stessi montepremi.

Nel ciclismo esiste un divario, a volte netto, tra i montepremi delle gare maschili e quelle femminili. Per alcuni è una forma di discriminazioni. Per altri una questione di business. Chi ha ragione e chi ha torto? La realtà sta esattamente nel mezzo.

La disparità economica tra ciclismo maschile e ciclismo femminile

In estrema sintesi. Il movimento femminile è nato dopo ed è sempre stato sormontato dall’epica dedicata al ciclismo maschile. Il ciclismo è d’altra parte un rincorrersi di presente e passato avvinghiati in un abbraccio fortissimo e le grandi imprese che furono sono tutte al maschile. Ma non è solo questo. Gran parte del mondo dei media ha considerato per anni le gare in bicicletta delle donne qualcosa simile al folklore: non sono poi così lontani i tempi di Alfonsina Strada. Tutto ciò ha comportato essenzialmente una cosa: un giro d’affari notevolmente minore che però ha fatto andare avanti (piano) e crescere (ancor più piano, anche se si assiste a una recente accelerata) il movimento.

Il problema della disparità di trattamento tra ciclisti e cicliste è un tema importante e che sta prendendo sempre più importanza in questi anni. Fortunatamente. Ma renderlo una questione ideologica può essere dannoso, può rallentare ancor più il raggiungimento della necessaria parità. Perché? Essenzialmente una questione di sostenibilità. Per garantire la giusta parità di trattamento serve rendere il movimento femminile sostenibile, quindi lavorare non tanto, o almeno non esclusivamente sulla parità di premi, ma sull’incremento delle entrate del movimento.

Le buone intenzioni e la giusta lotta per l’uguaglianza sono senz’altro necessarie, ma poi, se il castello non si regge su fondamenta economiche solide, gli sforzi per pareggiare il trattamento di uomini e donne può trasformarsi in un collasso finanziario del ciclismo femminile. E questo farebbe ancor più danni della disparità dei premi.

Come si può ridurre la disparità tra uomini e donne nel ciclismo?

Tomas van den Spiegel, che è uomo pragmatico e realista e che non può (e non deve essere) considerato un matusa o un misogeno, ha centrato il punto (come ha riportato CyclingNews). Ha detto: “Non sottovaluto l’importanza economica e simbolica dei premi in denaro, ma il punto è un altro: è necessario incrementare soprattutto il giro d’affari per migliorare il ciclismo femminile. E la televisione è un priorità assolutaPiù copertura televisiva vuol dire più soldi nello sport. Questo sia grazie la vendita dei diritti tv, sia grazie all’aumento dell’attrattività commerciale che richiama nuove sponsorizzazioni, che è la fonte di guadagno più importante per le squadre. Se il movimento genera più denaro allora questo verrà diviso davvero tra tutte le squadre. Questo è il modo per premiare l’intero gruppo e non solo quel numero limitato di cicliste, spesso le stesse, che eccellono costantemente”.

Piaccia o no (e in fondo un po’ dispiace dirlo), ma la parità nello sport è anche business. Un concetto che le stesse cicliste hanno ben chiaro: “L’anno scorso c’è stato un crowdfunding alle Strade Bianche per eguagliare il premio in denaro. Beh, le corridore non l’hanno accettato, hanno scelto di devolvere tutto il denaro raccolto a progetti che si impegnano per la crescita del ciclismo femminile”, ha sottolineato van den Spiegel.

Flanders Classic sta lavorando per garantire il maggior numero di dirette possibili per le gare femminili e conta nel 2023 di pareggiare i premi. La strada è lunga, non è semplice, ma va percorsa insieme, uomini e donne. In bicicletta non conta il sesso, contano le gambe e la voglia di stare su di un sellino. Chi pedala lo sa. La speranza è che ci siano più pedalatori e meno burocrati alla guida del ciclismo mondiale.