Ciclocross, gli anni di Mathieu van der Poel

Ciclocross, gli anni di Mathieu van der Poel

05/02/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

I suoi lineamenti si sono fatti più duri, le sue spalle più larghe, i collo più grosso. Messe una affianco all’altra le foto di Mathieu van der Poel esultante sulla linea d’arrivo del Mondiale di ciclocross sono uno spaccato di questi ultimi nove anni di vita e di ciclismo. Nove anni che l’abbiamo prima visto competere, poi vincere, infine competere con la storia. Nove anni iniziati a Tabor, in Repubblica ceca, nel 2015 battendo Wout van Aert, e festeggiati ancora una volta, la sesta, sempre a Tabor, il giorno dell’addio al ciclismo e al ciclocross di Zdenek Stybar. Un ricciolo che potrebbe chiudere, ma non si chiuderà. Colpa della storia.

E non si chiuderà ancora perché c’è un nome e cognome che ancora risuona nella mente di Mathieu van der Poel: Erik de Vlaeminck.

Erik de Vlaeminck è il fratello di Roger de Vlaeminck, uno dei corridori più forti della storia del ciclismo, uno capace di vincere tutte le classiche Monumento ed essere ancora ricordato per il suo modo di pedalare sulle pietre del Nord (vince quattro Parigi-Roubaix e un Giro delle Fiandre). Eppure d’inverno era Roger de Vlaeminck a essere il fratello di Erik de Vlaeminck, perché se c’era un fenomeno nel ciclocross quello era Erik: “L’uomo che veleggiava sul fango”, scrisse il Soir.

Erik de Vlaeminck ha vinto sette titoli mondiali nel ciclocross, uno in più di Mathieu van der Poel, che dopo una stagione invernale fatta di quasi sole vittorie (in quattordici corse corse ne ha vinte tredici) guarda a lui, al mito Erik, per trovare la motivazione per passare un altro inverno tra fango e campi.

Perché quest’anno era più semplice avere la spinta per andare avanti. C’erano due maglie iridate da unire ancora addosso a uno stesso corpo: missione compiuta (per la seconda volta, ma questa a maglie invertite).

Il prossimo chissà (anche se le ragioni della Canyon, l’azienda che gli fornisce le biciclette, e della Alpecin, la sua squadra, sono altrettanto buone e tintinnanti, visto che dalla stagione invernale di ciclocross ci guadagnano parecchio).

“Battere il record di Erik de Vlaeminck sarebbe l’unica ragione per me di continuare a correre. La maglia iridata ha la sua importanza e quel record di de Vlaeminck è sicuramente nella mia mente”, ha detto Van der Poel in conferenza stampa dopo la vittoria a Tabor.

Perché tra essere il migliore per un anno è un conto, essere il migliore di sempre un altro. E fino a quando almeno non pareggerà il record di Erik de Vlaeminck, ci sarà sempre qualcuno che potrà dire a van der Poel che sì è stato forte, un campione, ma no, non è stato il migliore.

Manca solo un passo, che poi un passo non è, è un inverno intero passato per campi, tra polvere, sabbia e fango, con acqua gelida in testa e terra morbida in faccia. Manca solo un passo, che gli avversari sperano che l’olandese non faccia, perché hanno capito che quando corre lui a loro rimane il secondo posto. A patto che non ci sia quell’altro, Wout van Aert, perché altrimenti rimane soltanto un gradino sul podio a cui ambire.