Dannate gabbiette. Il ciclocross di Jan Ullrich

Dannate gabbiette. Il ciclocross di Jan Ullrich

29/01/2025 0 Di Giovanni Battistuzzi

A Gieten, Paesi Bassi, all’inizio di febbraio del 1991 tirava un vento che congelava il naso e servivano guanti da neve per evitare di ghiacciarsi le mani. Sarebbe stato da starsene in casa, accendere il caminetto e non muoversi dal divano. C’erano però i Mondiali di ciclocross (quelli della stagione del 2025 si corrono in Francia dal 31 gennaio al 2 febbraio 2025 – e qui c’è la guida al percorso) e una buona parte di chi viveva lì se ne è fregata del freddo e si è messa attorno al percorso di gara già da sabato 2 febbraio per vedere le corse degli juniores e dei dilettanti. Che tanto il biglietto costava una sciocchezza ed è meglio l’inverno rispetto all’estate per la birra: almeno non correva il rischio di scaldarsi.

Nei Paesi Bassi il ciclocross lo si vive come nelle Fiandreforse un po’ meno intensamente perché sono protestanti, ma nemmeno troppo –, come una festa di paese e si va a vedere il ciclocross un po’ perché ci sono le biciclette, un po’ perché la festa è tanta e vale la pena viverla.

Quel giorno a Gieten, Paesi Bassi, c’era un ragazzino che nessuno aveva mai visto nelle corse che contavano. Si aggirava curioso a osservare le biciclette di avversari e spettatori e mangiava un poffertjes (delle specie di crepes, ma più spesse perché ci va del lievito) alla cioccolata dietro l’altro, senza berretto in testa e con le braghine corte.

Quel ragazzino quando si presentò al tavolino di firma si presentò sorridente dicendo che lui era “Jan Ullirich e mi sono qualificato per i Mondiali di ciclocross categoria Juniores perché sono arrivato terzo ai campionati tedeschi”.

L’uomo che era al tavolino lo guardò stupito. “Bastava il nome, abbiamo la lista”, rispose distratto in un tedesco sgrammaticato ma comprensibile.

Il ragazzo firmò e si diresse verso gli spogliatoi per mettersi ai piedi le scarpe che la federazione gli aveva dato e senza le quali non avrebbe potuto correre.

Le guardò sbuffando. Erano belle, certo, ma lui c’aveva mai capito troppo di cinghie e gabbiette, le aveva sempre trovate inutili. In pista usava le fasce a velcro, su strada pure quando proprio doveva metterle.

Le gabbiette le detestava. Soprattutto quando doveva pedalare nei campi. Preferiva le scarpe da ginnastica. Non era riuscito ad arrivare terzo ai campionati nazionali di ciclocross e a vincere il prestigioso cross di Berlino con ai piedi le scarpe da ginnastica? Si sentiva libero con le scarpe da ginnastica.

Gli ricordavano quando era bambino e correva le campestri. Adorava correre le campestri, perché c’era nessuno bravo come lui a correre. Le vinceva tutte. Certo gli piaceva pure pedalare, gli piaceva un sacco, ma in bicicletta non riusciva a vincere sempre e quindi gli veniva il magone a pensare a quando era imbattibile. E che sguardi gli tiravano gli avversari, sguardi che dicevano “oh ma tu sei quello che nessuno riesce a battere?”. E lui rispondeva con lo sguardo che diceva “sì sono io e ti batterò anche oggi”.

Era cosa seria, serissima, la campestre quando era bimbo Jan Ullrich. Interi paesi si affollavano lungo il percorso di gara. Seria quanto il ciclismo su pista. C’era una riunione ogni fine settimana a Berlino, al velodromo della Deutschlandhalle, e quasi ogni fine settimana anche in tutti gli altri velodromi della Deutsche Demokratische Republik. Pure il ciclocross era cosa seria, ma non a quel livello. Però il suo allenatore, Peter Becker, diceva che un po’ di ciclocross era necessario per andare forte su strada. E che lui doveva quindi farlo per forza, perché nel ciclismo su strada avrebbe fatto una grande carriera, diceva con insistenza Peter Becker per il semplice motivo che “certe gambe sono fatte per vincere tutte le grandi corse“.

In molti risero vedendo partire quel ragazzo tedesco che faticava a infilare gli scarpini dentro le gabbiette. Giro dopo giro quelle risa divennero ooooh di ammirazione. Recuperò uno dopo l’altro tutti i corridori, rientrò nel gruppo dei primi, non perse la loro ruota sugli strappi del percorso, assai duro, di Gieten. Anzi. Si mise in testa e fece sputare fatica a tanti.

Solo Ondřej Lukeš, Jiří Pospíšil, Dariusz Gil e Václav Metlička riuscirono a tenergli testa.

Rimasero in cinque fino all’ultima salita sulla sabbia. Tutti giù dai pedali, tutti con la bicicletta sulla spalla, tutti dietro a quel tedesco che nessuno prendeva più in giro per i litigi con le gabbiette.

Dannate gabbiette.

Non ci fossero state quelle dannatissime gabbiette.

Perché dopo la sabbia tornava la terra, i corridori si rimisero in sella. Discesa, ultima curva, rettilineo finale.

Tutti a cannone tranne quello che guidava il gruppo ed era riuscito a prendere venti metri al termine della salita. Tutti velocissimi tranne Jan Ullrich che aveva pedalava con una gamba sola mentre il piede rimasto orfano di gabbietta cercava di rimettersi al suo posto.

Jan Ullrich quei Mondiali di ciclocross del 1991 li chiuse al quinto posto.

Era arrabbiatissimo. Ebbe voglia di spaccare la bicicletta. Non lo fece. L’appoggiò a un albero e si mise a guardare la gioia altrui.

“Nel rettilineo finale un laccio mi si era impigliato nella gabbietta e non riuscivo a pedalare. Per questo gli altri quattro ragazzi mi hanno superato facilmente”, raccontò anni e anni dopo. “Forse non è stato poi così male per la mia carriera. Se avessi vinto, probabilmente sarei diventato un mountain biker”.