Diapositive dal Tour de France a Bologna

Diapositive dal Tour de France a Bologna

01/07/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Mentre il centro di Bologna era un formicare di gente bicchiere in mano, musica nelle strade e nei locali, partite alla tv, alcol per smaltire la Svizzera vincitrice, cinema all’aperto, chi permette al Tour di esistere – ossia chi monta transenne, palchi, tribune, tira i cavi e mille altre cose – era già al lavoro. 

Movimenti veloci, quelli che solo la conoscenza di cosa e come si deve fare qualcosa permette. Vedere trasformare una strada vuota, via Irnerio, nell’arrivo di tappa del Tour de France è qualcosa di stupefacente. Ben più dell’apparizione di tre punkabbestia, con annessi cani di razza, che si godono, canne alla mano, lo spettacolo. Sembra assistere alla costruzione con i Lego, ma è tutto molto più enorme. 

Bologna è molto meno giallo Tour di Firenze, la vita del sabato prosegue tranquilla, del tutto indifferente a quello che sta accadendo alla Montagnola, del tutto disinteressata, almeno apparentemente – giusto con qualche sconto Tour -, a quello che ci sarà domenica: l’arrivo della seconda tappa del Tour de France. E questo nonostante cappellini gialli e a pois rossi sulla testa di gente che si guarda attorno con gli occhi pieni di eccitazione e attesa. Turisti ciclisti.

Bologna domenica si è svegliata presto. Sui viali un gran numero di biciclette si muovevano in lycra costose e caschi modello World Tour. 

Alle otto ai lati della salita che porta al Santuario della Madonna di San Luca era già piena di gente. Nulla comunque rispetto a quello che tutti hanno visto nelle immagini televisive in mondovisione. 

Verso le dieci, nello spiazzo dove avevano montato l’arrivo, un gruppo di una mezza dozzina di uomini e donne in bicicletta scendono di sella. Erano partiti mercoledì da Benevento. Seicento chilometri abbondanti a pedalare, ritorno, assicurano, in treno. Ma da Viareggio, perché due giorni di mare, con annessa traversata appenninica, se li concederanno. È luglio, tempo di ferie. “C’è il Tour in Italia, non potevamo perdercelo. Ieri lo abbiamo visto partire da Firenze, oggi lo vediamo arrivare a Bologna”. 

“C’è il Tour in Italia, non potevo perdermelo” è qualcosa che ho sentito spesso, da tanti. Sia sabato che domenica. Me lo ha detto, tra gli altri, Adolfo, fedele lettore campano trapiantato nelle mie zone d’infanzia, Vittorio Veneto, che non è Conegliano ma è a due passi.  

Me lo ha detto Janis, sloveno di Pola – lo so che Pola è in Croazia, ma lui c’ha tenuto a specificare che è sloveno di Pola –, arrivato da Pola in bicicletta: quasi cinquecento chilometri in due giorni. Pedalare quasi duecentocinquanta chilometri al giorno è cosa che io non riuscirei mai a fare, ma lui la gamba ce l’ha buona e soprattutto meno di metà del mio giro vita. 

Lo ha detto Andrea arrivato in bicicletta da Lodi, che è ben più vicino di Pola o Benevento, ma che ha pedalato con tre dita rotte della mano e due dei piedi: “Avevo perso una scommessa e ho voluto, dovuto, onore la parola”. C’è ancora gente di buoni principi. 

I corridori del Tour de France sono stati accolti da un tripudio di grida, allez e mani battute sui tabelloni pubblicitari lungo il rettifilo d’arrivo. Poi gli occhi hanno seguito i maxischermi che davano le immagini dell’ascesa verso il Santuario della Madonna di San Luca.

Tour de France Bologna via Irnerio

In quel momento nessuno più pensava alla città che, origliando una chiamata di una signora con cagnolino chic e labbra gonfiate come si gonfia un canotto, diceva a chissà chi “ci hanno imprigionato, siamo in una prigione dalla quale non si può uscire per colpa di quattro biciclette”. Chissà cosa avrà avuto da fare la signora canotto. Chissà da quale prigione è uscita per dire quello che ha detto con tanta sicurezza.