Dwars door Vlaanderen – Attraverso van Aert

Dwars door Vlaanderen – Attraverso van Aert

28/03/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Anni fa, un giornalista che ho considerato maestro, che mi ha aiutato a capire questo lavoro, la scrittura in generale, ben più di altri, ben più di tutti, mi fece una domanda talmente semplice da essere complicatissima: “Perché ti piace così tanto la bicicletta e il ciclismo?”. Domanda semplice un paio di balle. È difficile, impossibile?, spiegare l’evidenza. Ogni tanto quando penso a lui, alla sua assenza e a quante cose gli avrei voluto chiedere, mi viene in mente quella domanda: perché ti piace così tanto la bicicletta e il ciclismo? 

Si potrebbe rispondere in molti modi. Senz’altro per la bicicletta è più semplice. Basta pedalarci una volta per capire il perché, non servono molte parole, anzi le parole sono forse superflue. Ci vuole però uno spirito ostinato, di quelli che le cose vogliono ottenerle e non solo subirle, per apprezzare veramente la bicicletta. Per il ciclismo è diverso. Ci sono molte persone che amano la bicicletta che del ciclismo non frega assolutamente nulla. Li capisco, o meglio posso capirli ma non starò mai dalla loro parte. 

Il ciclismo è per me apotropaico, è una sorta di beneficio che bilancia ciò che non va in me e più in generale attorno a me. O almeno è così a farla breve, molto breve, in pillole. 

Conosco in minima parte cosa vuol dire pedalare, conosco cosa vuol dire faticare per arrivare da qualche parte, non conosco però i sacrifici assoluti, mi ha sempre fatto schifo competere per qualcosa, non ho mai preso in considerazione l’agonismo, né in bicicletta né in qualche altro sport, e schifo le rinunce, soprattutto a tavola e nel bicchiere. Però ho sempre pedalato e non ho mai avuto timore di sudare muovendo i pedali. 

Conosco anche l’effetto che fa cadere. Il dolore, il bruciore, la certezza che la prima cosa che devi fare è alzarti e vedere come sta la tua bicicletta. Perché in fondo è per lei che sei uscito, con lei che sei caduto. 

In quel carnaio di uomini e magliette e pantaloncini strappati e pelle lasciata sull’asfalto di Fiandra alla Dwars door Vlaanderen in pochi si sono alzati subito per controllare come stava la loro bicicletta. Erano stesi a terra sofferenti, e ciò era un cattivissimo segno. 

Mentre le telecamere inquadravano quella scena, una scena piena della tragicità del “Compianto sul Cristo morto” dipinto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni, un pianto singhiozzante ritmava le immagini. Era il pianto singhiozzante di Wout van Aert. Era seduto sull’asfalto, si muoveva poco, a scatti, alla maniera di chi non riesce a stare fermo per i dolori che arrivano da tutte le parti e non sa precisamente da dove. 

Era una sofferenza guardare la sua sofferenza. L’empatia sa essere orribile a volte. 

In quel pianto singhiozzante non c’era solo il dolore fisico, c’era anche un pezzo di mondo che si scheggiava, le crepe che si muovevano veloci fino a far collassare tutto. 

Wout van Aert aveva costruito tutta la prima parte della stagione pensando a due obbiettivi: il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix. L’aveva fatto perché pur sembrando impossibile che un corridore come Wout van Aert non sia mai riuscito a vincere una classica monumento delle pietre, Wout van Aert non ha mai vinto una classica monumento delle pietre. E a ventinove, anche se pare impossibile a noi italiani giovani anche dopo aver superato i trentacinque, un corridore inizia a fare due conti sugli anni che mancano, su quelli passati e somma i rimpianti. Tutti quei secondi e terzi posti che avrebbero potuto essere altro, al posto nella storia che potrebbe non avere o meglio che avrebbe potuto essere diverso.

In quel pianto singhiozzante c’erano pure i rimpianti, le occasioni perse, quelle buttate, gli errori. 

Wout van Aert era a terra e noi che lo vedevamo a terra ci siamo sentiti impotenti, mentre si palesava in noi l’idea che tutto quello che vedevamo non fosse giusto. Forse non lo era, ma era reale. Come il referto: frattura della clavicola, dello sterno e di un numero imprecisato di costole. Come l’altro referto: addio al Giro delle Fiandre, alla Parigi-Roubaix e alla Amstel Gold Race. E forse al Giro d’Italia, si vedrà.

In quel momento è però arrivata parte della risposta alla domanda: Perché ti piace così tanto la bicicletta e il ciclismo? 

Perché in fondo è una rappresentazione di quello che ci capita; perché in fondo sai cosa vuol dire fare del tuo meglio per arrivare a un obbiettivo e ritrovarsi sull’asfalto mentre vedi tutto scorrere e quell’obbiettivo allontanarsi, scomparire oltre l’orizzonte. Perché in fondo sei uno di quelli a cui le cose sono andate bene, ma mai del tutto e hai bisogno di conferme sul fatto che non è che tu sei una merda e nemmeno il mondo è una merda, ma che semplicemente va così e non puoi farci niente. 

In fondo è assolutorio il ciclismo, serve ad assolverti, a farti capire che non sempre è colpa tua. 

Nel vedere Wout van Aert, Jasper Stuyven, Mads Pedersen, Biniam Girmay, Alex Kirsch, Michele Gazzoli, Gianni Vermeersch, Antony Turgis, Harry Sweeny e Brent van Moer a terra abbiamo visto ancora una volta che il ciclismo non è solo uno sport di biciclette, ma di uomini in bicicletta. E questo ce lo dovremmo ricordare quando contro quegli uomini in bicicletta si punta il dito, li si accusa in base solo a sospetti infondati, o meglio fondati solo sulla convinzione che “è impossibile che ci riescano”.

Quella scena è il particolare che è diventato il tutto. Capace anche di oscurare per una volta il vincitore. Gli sconfitti che battono il vincente, il pianto che supera la gioia. Il ciclismo sa essere un carnevale tra le tante cose che sa essere. 

La Dwars door Vlaanderen l’ha vinta Matteo Jorgenson, ma ricorderemo quel pianto singhiozzante, quello di chi si vede superare dalla paura che sia tutto finito. Ancora una volta.