È Bottecchia! È Bottescià – la 15a tappa del Tour de France 1924
20/07/2024Così Arnaldo Fraccaroli raccontò il 21 luglio del 1924 sul Corriere della sera la 15a tappa del Tour de France 1924, la Dunkerque – Paris, 343 chilometri, e la vittoria di Ottavio Bottecchia.
I corridori del Giro ciclistico di Francia sono arrivati di sorpresa al Parc des Princes. Gli organizzatori avevano annunziato che l’arrivo sarebbe stato preceduto da segnalazioni in apposite tabelle, e da squilli di tromba. Niente di tutto questo. Una folla immensa, chiassosa, esuberante, la folla caratteristica e popolaresca delle grandi radunate del ciclismo, si arrostiva da più di tre ore nel bel sole domenicale di Parigi, sorbendosi senza entusiasmo alcune insignificanti corse di ciclisti senza nome, messe insieme per ingannare l’attesa e la pazienza.
Alla porta il diritto di arrostirsi veniva pagato caro. E un’altra folla grandissima si era spinta sulla strada Versailles per calmare gratuitamente la propria impazienza con l’andare incontro ai corridori. File di gendarmi e di guardie repubblicane a cavallo arginavano quest’altra folla ai margini della strada per impedire ingombri. I giornali avevano pregato gli automobilisti di astenersi dall’andare sul percorso per non dare disturbo ai corridori. E infatti la strada era sontuosamente piena di automobili di appassionati disposti a dare il primo omaggio di ammirazione e di polvere.
Poveri corridori del Giro di Francia! Finivano oggi i loro cinquemila e cinquecento chilometri iniziati un mese fa e continuati per quindici tappe un giorno sì un giorno no, su strade flagellate dal sole e battute da scrosci di pioggia, in pianura e in montagna, sui Pirenei e in riva al mare, tra fango, polvere, cadute, gomme bucale.
I giornali ne celebravano ogni giorno le clamorose gesta; gli eroi del pedale, i titani della resistenza, i divoratori delle distanze.
E ogni altra notte gli eroi partivano nel buio, arrotavano chilometri e chilometri, per sedici ore, diciotto. Veniva l’alba e non la guardavano. Veniva la divina bellezza delle prime ore infantili della giornata e non vedevano. Passavano città e villaggi e non li vedevano presi dalla ossessione della lotta, ingranati in quel martirio di pedalare sempre, storditi dal sole, dall’arsura, dalla monotonia, dalla stanchezza, arrivavano sporchi, sudati, impolverati, infangati, gli occhi rossi, le labbra livide nel viso riarso, gomiti e ginocchi spellati da numerose cadute. Forsennata vita sulla quale i lontani facevano poi commenti da conoscitori, con la classifica in mano, spesso giudicando come se si trattasse di giostre di cavallini, da spingere innanzi e indietro per gioco.
Poveri eroi! Belli e invidiabili soltanto nella fantasia popolare che li vede arrivare sorridenti, le braccia colme di fiori, come nei manifesti delle case costruttrici. Erano partiti in più di centocinquanta un mese fa. Stanotte alla partenza da Dunkerque, per l’ultima tappa, erano settantuno e avevano altri 345 chilometri per finire!
Noi andavamo a letto e quelli cominciavano a correre per le strade senza luce. Stamattina al nostro svegliarci correvano ancora, correvano sempre sotto il sole massacrante, alla ricerca del traguardo di Parigi, dove aspettava la gloria sportiva (acclamazioni, premi, biglietti da mille, il nome in grande sui giornali). E dove aspettava loro finalmente il riposo.
E alle 16:43 sono arrivati di sorpresa al Parc des Princes, il traguardo della gloria.
Ma che miseria di organizzazione nei riguardi del pubblico e della stampa. Per tre ore nessuna notizia, nessuna informazione sui passaggi ai controlli.
Era stato promesso che dalle segnalazioni delle tabelle si sarebbe potuto seguire lo sviluppo dell’ultima parte drammatica del grandioso giro e tutto si limitò a un cartellone nero infilato a un bastone che un infelice portò in giro per la pista come un venditore di frutta in ribasso, e c’erano scritte in bianco queste parole: A Poissy, ore 15, passano in gruppo quindici corridori preceduti da Bottecchia.
Tutto qui, tutto qui.
Ai moltissimi italiani ch’erano fra la folla del velodromo – una folla di trentamila persone – la notizia diede gioia vivissima. Bottecchia era in testa! Comandava la corsa! Ma si sarebbe voluto sapere di più. Invece più nulla. E la mancanza di ogni notizia mise nella folla un nervosismo inquieto.
Chi badava mai allo sgranarsi delle corse senza importanza che inanellavano la pista?
Il pensiero era là, sulla strada arroventata, dove un uomo taciturno, curvo sul manubrio, piegato nello sforzo come un arco pronto a scattare, si era impegnato a portare alla vittoria il nome d’Italia in terra straniera, in una corsa di fama mondiale e di esasperante fatica, con attorno la lotta di tutti i più famosi pedalatori d’Europa. Entra fragorosa nel recinto un’automobile chiusa incipriatissima di polvere. È una macchina dei commissari. Notizie? Bottecchia è sempre In testa? Non in testa, ma nel gruppo dei primissimi.
II nervosismo aumenta. Sembra ormai sicuro che Bottecchia avrà la vittoria finale, ma è chiaro che egli vuole arrivare primo a Parigi. Vuole vittoria completa. Speriamo. Naturalmente, ed è giusto, i francesi sono d’altro parere. Ma il parere di noi, o di loro, conta poco.
Arrivano altre vetture ancora, che hanno abbandonato il gruppo dei corridori per assistere all’arrivo. Notizie? Sono in testa Bottecchia e Alancourt.
Il termometro dell’impazienza segna una temperatura più elevata. Ma il pubblico non sa nulla ed aspetta ancora più nervoso. E attende gli squilli che annunciano i primi arrivi. Si, stai fresco!
Un ciclista polveroso, in maglione verde scuro, il corpo affardellato di tubolari, Irrompe sulla pista sboccando dalla strada esteriore. Colta di sorpresa il pubblico scatta in urli. È il Giro di Francia? Ondate di mozione nelle tribune, grida, movimento, la musica che stava massacrando una canzone popolare, si ferma. Richiami, domande: si, è uno del Giro di Francia. Chi è? Chi è? È un francese. È Alancourtl. Uragani di applausi. Ma ecco che un altro sbocca dalla strada esterna sulla pista: indossa la maglia gialla, la maglia tradizionale del primo in classifica Un nome scorre per tutta l’arena: è Bottecchia! È Bottecchia! Si riconoscono gli italiani, oltre che dall’entusiasmo, anche dal modo di dire il nome. I francesi gridano: Bottescià! Bottescià!
Il vittorioso finale del veneto Bottescià è a una ventina di metri da Alancourt; debbono fare ancora un giro di pista per aver finito il formidabile percorso. Ai cinquemila e cinquecento chilometri mancano ancora questi cinquecento metri.
Alancourt sforza, piegato sulla macchina. Bottecchia è molto calmo. Pare sicuro di sé. Ma non accontentarti di vincere il Giro di Francia, Bottecchia! Vinci anche la tappa di Parigi. Incorona la tua grande vittoria con questo traguardo finale.
Ascolta, il nostro buon ragazzone italiano. Fino a un’ora fa noi ci sentivamo quasi ostili a questa corsa che è brutale martirio di uomini, che è strazio di energie, ma adesso sentiamo che c’è qualche cosa della nostra stirpe, qualche cosa della nostra Italia in questa tua gagliardia infaticata, in questa tua volontà saldamente ostinata a vincere, contro tutto, contro tutti. Forza Bottecchia!
Bottecchia è molto calmo, molto sicuro di sé. Ma perché non si sforza? Perché non getta disperatamente la sua ultima energia in quest’ultimo gioco? Bottecchia è sempre a venti metri di distanza dal francese e al traguardo mancano ormai soltanto quattrocento metri. Troppo calmo! Troppo!
Stai zitto, piccolo desiderio nostro impaziente! Bottecchia conosce se stesso. Conosce il suo avversario.
Ecco. Ora l’italiano accelera, la distanza si accorcia. Il francese cerca di fuggire, incitato dalla folla che lo sprona. Bottecchia gli arriva sopra fulmineo in cinquanta metri. Lo raggiunge. È alla sua altezza. All’ultima curva lo guarda, lo guarda per un momento e poi a centocinquanta metri lo passa fulmineo con uno scatto elettrizzante. Lo perde dietro a sé…
(Oh! Bottecchia! Bravo! Forza! Evviva!)
E fila rapidissimo sul traguardo. Primo, primissimo per quattro lunghezze. Giro di Francia, ultima tappa di Parigi, un nome solo: Bottecchia! Entusiasmo degli italiani. Molta delusione francese. Disposti a riconoscere ormai in Bottecchia il vincitore del Giro, sì, ma avere almeno la consolazione della vittoria alla tappa di Parigi… È un momento. Poi si applaude tutti.
Bottecchia ha molte simpatie anche in Francia. E il suo giro d’onore con le braccia colme di fiori, è trionfale.
Parla Bottecchia
Più tardi nel suo spogliatoio, dopo il massaggio praticatogli dal fido Panosetti, Bottecchia mi racconta in un Iialiano morbido di venezianità e infiorato di frasi dialettali.
“Mi sentivo ormai sicuro di vincere… Xe da do setimane che so sicuro. Gli altri corrono, corrono, ma non come mi. Se son contento? Mi sì, salo, il Giro è molto faticoso. Quest’ultima tappa no, ma la Strasburgo-Metz la gera tremenda. Un cane mi ha fatto cadere: ho avuto sofferenze atroci ad una gamba, ho fatto venti chilometri con una gamba sola, ma mollare gnente! Bisognava vincere. Sono caduto tre volte, ma è andato tutto benone”.
“Cossa dixelo? Se sul percorso mi applaudivano? Sì, molto. Anzi spesso mi trattenevano perché vedendomi in testa con la mia maglia gialla la gente mi riconosceva, mi veniva attorno a farmi festa, e mi perdeo tempo. Cussì tante volte mi tegnevo indrio e mi rifacevo agli ultimi chilometri”.
“Oggi sono rimasto in coda al primo gruppo fino all’ultimo chilometro. Avevo visto che gli altri respiravano male e pensavo: ve ciapo quando che voio. Infatti li ho presi. All’entrata al velodromo ho sbagliato strada, credevo che si svoltasse dopo, più in là, e cosi Alancourt mi ha preso 20 metri. Ma io ho pensato: va là moro che te ciapo anca ti. E lo go ciapà”.
Magro, ossuto, lungo, viso bonario, vigilato da un gran naso tagliente, il trevisano ride.
Domani sera partirà per Milano dove troverà la moglie e la sua bambina (ah la mia putela!) fatti venire da Pordenone.
Martedì correrà a Milano, giovedì a Torino, sabato a Charleroi, domenica ancora a Parigi. Oh, non gli mancheranno le scritture! “Son quasi un sior» dice.
Oggi, negli ultimi cinquanta chilometri, si sentiva male, ma si riprese negli ultimi cinque rovesciandosi un bidone d’acqua in testa. Ha rimedi eroici questo mitragliere che fece bravamente il suo dovere in guerra.
Adesso lo pesano: al principio del giro pesava settantatré chili, ora ne pesa sessantanove.
Fuori una folla di Italiani lo aspetta per fargli onore. Quando appare è un clamore altissimo di applausi, di grida, di evviva. Lo baciano, lo abbracciano, gli gettano fiori. Un gruppo di entusiasti lo accerchia, fa per sollevarlo sulle spalle, ma il vincitore protesta, si difende: “No no, per carità, che ho tanta voglia di andare a piedi”.
L’ordine d’arrivo della 15a tappa del Tour de France 1924 vinto da Ottavio Bottecchia
- Ottavio Bottecchia: 14hr 45min 20sec
- Arsène Alancourt s.t.
- Jean Alavoine s.t.
- Nicolas Frantz s.t.
- Théophile Beeckman s.t.
- Joseph Muller s.t.
- Gaston Degy s.t.
- Lucien Rich
- Lucien Buysse s.t.
- Maurice Arnoult s.t.
La classifica generale de Tour de France
- Ottavio Bottecchia (Automoto) in 226hr 18min 21sec
- Nicolas Frantz (Alcyon) a 35min 36sec
- Lucien Buysse (Automoto) a 1hr 32min 13sec
- Bartolomeo Aymo (Legnano) a 1hr 32min 47sec
- Théophile Beeckman (Griffon) a 2hr 11min 12sec
- Joseph Muller (Peugeot) a 2hr 35min 33sec
- Arsène Alancourt (Armor) a 2hr 41min 31sec
- Romain Bellenger (Peugeot) a 2hr 51min 9sec
- Omer Huyse (Lapize) a 2hr 58min 13sec
- Hector Tiberghien (Peugeot) a 3hr 5min 4sec
- Philippe Thys (Peugeot) a 3hr 15min 24sec
- Georges Cucelier (Peugeot) a 3hr 21min 45sec
- Ermano Vallazza (Legnano) a 3hr 48min 24sec
- Jean Alavoine (Peugeot) a 3hr 55min 45sec
- Gaston Degy (Aiglon) a 5hr 11min 48sec
- Raymond Englebert (Alcyon) a 5hr 20min 11sec
- Alfons Standaert (Armor) a 5hr 41min 48sec
- Louis Mottiat (Alcyon) a 5hr 54min 19sec
- Ottavio Pratesi (Ostende) a 6hr 0min 4sec
- Lucien Rich (Automoto) a 6hr 26min 21sec

