Mathieu van der Poel & co: un gran bel vedere alla E3 Saxo Classic 2024

Mathieu van der Poel & co: un gran bel vedere alla E3 Saxo Classic 2024

22/03/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Non è sport da highlights il ciclismo. Certo certe tappe possono essere riassunte in pochi minuti, o almeno ce la si può fare, ma rende poco, non è lo stesso. Non è sport da highlights il ciclismo. E non lo è soprattutto lassù al Nord, tra le pietre di Fiandra. Non ci sono highlights che possano tenere insieme lo sconquasso, lo sconvolgimento, il patimento e il turbamento di certe corse sul pavé. Di una corsa come l’E3 Saxo Classic, che poi era l’E3 Harelbeke. Di una corsa come l’E3 Saxo Classic versione 2024.

Che sarebbe finita com’è finita, cioè con Mathieu van der Poel davanti a tutti, era qualcosa che tutti, anche l’appassionato più acerbo, avevamo intuito presto. Ci sono giorni nei quali Mathieu van der Poel porta tatuato in viso l’avviso a tutti gli altri: ragazzi, mi spiace, ma oggi non ce n’è per voi.

Che sarebbe finita com’è finita, ossia con Mathieu van der Poel davanti a tutti, era abbastanza prevedibile, l’unica incertezza era il luogo esatto: Paterberg o Oude Kwaremont? (che poi sono gli stessi del Fiandre, ma invertiti, tant’è; lassù nelle Fiandre tutto è condiviso, tutto è un amore universale, per le pietre). Mathieu van der Poel ha scelto il Paterberg, si è fatto in solitudine quarantaquattro chilometri, che per gli appassionati di statistiche è record per chilometri in solitaria per un vincitore della E3 Saxo Classic, e che per altri, spero i più, è soprattutto una gran bella avventura, un bel piacere alla vista.

Ed è stata davvero un bel piacere alla vista questa edizione della E3 Saxo Classic. Perché quando quelli forti forti iniziano a scattare a ottanta chilometri dall’arrivo e per decine e decine di chilometri non si trova il modo di andare al gabinetto, vuol dire che la corsa merita. E merita tantissimo. Anche perché quando quelli forti forti fanno così, si rincorrono, fanno di tutto per non lasciarsi, perché in fondo la solitudine è bellissima in bicicletta, ma se la si concede a uno poi si resta fregati. Sempre che non ce la si prenda con una forza inaudita come Tadej Pogacar alla Strade Bianche. Perché in quel caso, non si può far altro che dire chapeau, e farsene una ragione.

Quando accade questo e quando i forti forti si fanno i dispetti, si lasciano e si prendono, alla maniera di chi gioca a guardia e ladri, va a finire che gli altri, quelli forti e basta, cercano di allontanarsi da loro nei rari momenti nei quali quelli forti forti si guardano, provano a capire se c’è la possibilità che l’altro, gli altri, stiano bluffando.

C’è nessuno che bluffa, ma tant’è. Non è mai davvero sbagliato il sospetto in corsa.

Questa E3 Saxo Classic è stata davvero un bel piacere alla vista perché nonostante avessimo capito il colpevole, il luogo e il momento del delitto, ce ne siamo fregati alla grande di saperlo, e ci siamo goduti una trama che era molto più complessa di come l’abbiamo banalizzata prima. Ma aveva una logica tutto questo.

Perché lì nel luogo e nel momento giusto, dopo essersi già perduto alcune volte in chissà quale pensiero, Wout van Aert si autoprocura la sventura. Entra nelle pietre del Paterberg distante qualche metro di troppo da quelle di Mathieu van der Poel, capisce l’errore e nell’ansia di rimediarlo nel più breve tempo possibile, fa patatrac al suolo. Gara finita? No. Gara compromessa? Ma non pensatelo nemmeno.

Perché Wout van Aert è mica uno come noi poveri cristi in bicicletta. Lui si rialza, riparte da fermo su di un muro che non scende sotto le due cifre di pendenza, si ricompone, si ributta all’inseguimento del rivale di sempre, da solo. Per oltre venti minuti l’inseguito, Mathieu van Aert, e l’inseguitore, ma anch’egli inseguito da tutti, Wout van Aert, sono soli nel bigiume fiammingo. Si vedono. O meglio van Aert vede la schiena di van der Poel e van der Poel quando si gira vede quel muso così familiare che vorrebbe non vedere, non almeno in corsa, soprattutto non in avvicinamento.

È un elastico il loro inseguimento. Wout van Aert rosicchia secondo su secondo quando la strada dà l’illusione di essere pianeggiante, Mathieu van der Poel allarga il solco che lo separa dal rivale quando le pietre salgono. È il mondo delle certezze del ciclismo che si ribalta per l’ennesima volta. Che un tempo era l’altro, WvA, a essere quello migliore in salita, o almeno così si diceva. Il ciclismo sorprende continuamente, non fa certezze, ed è meraviglioso così.


Wout van Aert all’inseguimento di Mathieu van der Poel alla E3 Saxo Classic 2024

Troppo bello per durare all’infinito. E infatti l’elastico si è rotto. Mathieu van der Poel ha messo secondi su secondi, s’è fatto avanguardista talmente avanguardista da essere inavvicinabile. E a Wout van Aert non è rimasto nemmeno un secondo posto, un altro, da esibire sul podio e nelle corse future. Lo ha preceduto sul traguardo pure Jasper Stuyven, uno che ha appreso l’arte dell’apparire sempre nel momento buono. Uno che sulle pietre, al pari degli altri due, è un bel vedere. Soprattutto uno che ha perfettamente capito che non è come quei due, che fa parte dei forti, mica dei forti forti, e che quindi deve correre d’astuzia e intelligenza. Missione compiuta.

Ah, dimenticavo. No, il ciclismo non è roba per highlights. Perché gli highlights sono come certe recensioni dei libri, fanno un po’ schifo e spesso sono colmi di giudizi e risentimenti di chi sarebbe voluto stare dall’altra parte, quella del recensito non del recensore. (Fortuna che ora viviamo in epoca di piattaforme e di streaming integrali on demand. Pensatela come volete, ma è un bel piacere tutto questo, come l’E3 Saxo Classic 2024).

Così all’arrivo della E3 Saxo Classic 2024 dietro a Mathieu van der Poel

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