Fariba Hashimi pedalerà nel World Tour per le donne afghane

Fariba Hashimi pedalerà nel World Tour per le donne afghane

12/12/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Il 15 agosto del 2021, quando i talebani conquistarono Kabul, il presidente Ashraf Ghani si diede alla fuga e fu rifondato l’Emirato Islamico dell’Afghanistan che de facto sostituì la Repubblica Islamica dell’Afghanistan, Fariba Hashimi e la sorella maggiore Yulduz si sentirono sconfortate. Pensarono che tutto era finito, se non per il paese quantomeno per loro. Il loro sogno sarebbe rimasto tale, non sarebbe trasformato in realtà. E sì che ci avevano sperato, addirittura creduto.

Il loro sogno aveva la forma di una bicicletta. Era un sogno libero, felice, uno di quelli fatti della stessa sostanza del pedalare. Perché in bicicletta si abbraccia la libertà, si è abbracciati dalla libertà e si può pure pedalare contro i regimi.

Non era facile nemmeno avere un sogno del genere se si è cresciute nella provincia di Faryab, in Afghanistan, al confine con il Turkmenistan. Lì le donne non devono andare in bicicletta, pensano i più. E questo lo pensavano pure i familiari di Fariba e Yulduz. È sbagliato per una donna pedalare, dicevano.

Fariba e Yulduz pensavano però che tutto questo fosse stupido. Che c’era nulla di sbagliato nel pedalare. E a loro pedalare piaceva un sacco, piaceva più di ogni altra cosa. E dalla prima volta, dal 2017, quando avevano 14 e 17 anni.

A lungo nascosero la loro passione ai genitori. Non avrebbero capito. Pedalarono di nascosto, travestiti da maschi, perché i maschi, non le donne, potevano pedalare. Lo fecero sotto falso nove, maschile ovviamente, facendosi prestare la bicicletta da chi non le avrebbe tradite. A volte prendendole in prestito senza autorizzazione del proprietario. Non erano ladre, le biciclette le hanno sempre fatte ritrovare. E lo facevano per pura passione, con la speranza un giorno di andare altrove, lì dove nessuno si faceva problemi se una donna andava in bicicletta.

Tutto si trasformò in utopia il 15 agosto del 2021. La riconquista del potere da parte dei talebani voleva dire solo una cosa: che quei pochi diritti che le donne afdghane erano riuscite a conquistare non ci sarebbero stati più. E che loro la bicicletta, qualunque bicicletta, non l’avrebbero più pedalata perché le donne afghane in bicicletta sarebbero sparite dall’Afghanistan.

“Quando i talebani hanno ripreso il potere nel mio paese, ero in Afghanistan: dopo tre o quattro giorni avevano preso il controllo di tutto il paese. Non ero preoccupata solo per me stessa, ero preoccupata per la mia gente, ero preoccupata per tutto. Perché la prima volta che si sono trasferiti nel mio paese hanno bloccato tutto per le donne, tutto: la scuola, lo sport. Cosa è rimasto per le donne? Hanno chiuso tutto”, raccontò a France 24, Fariba Hashimi.

C’era solo un modo per continuare a pedalare per Fariba e Yulduz Hashimi: scappare. Ci riuscirono grazie all’aiuto dell’associazione Road to Equality dell’ex campionessa del mondo di ciclismo italiana, Alessandra Cappellotto. Si trasferirono a vivere in Italia. Continuarono a pedalare. Lontano da casa, lontano dalla famiglia. Ma vive. Non era scontato.

Trovarono una squadra disposta a farle correre. Prima la Valcar – Travel & Service, poi l’Israel Premier Tech Roland Development, quest’anno la WCC Team, la squadra continental femminile del World Cycling Center. Yulduz Hashimi dimostrò di saperci fare, di essere una buona atleta. Fariba Hashimi pure, ma anche di avere il talento per non essere una delle tante. Se ne accorsero in tanti al Giro Mediterraneo Rosa vedendola sempre tra le prime quando la strada saliva. Se ne accorsero tutti al Tour Cycliste Féminin International de l’Ardèche quando nel tappone che terminava in cima al Mont Lozère superò il traguardo per prima.

Nel 2025 Fariba Hashimi correrà nel World Tour con la maglia della CERATIZIT-WNT Pro Cycling Team.

Quella di Fariba Hashimi è una storia finita bene. Una storia però.

Molte altre donne afghane non hanno avuto l’opportunità di andarsene da un paese che le considera nullità. E questo nonostante l’aiuto e le possibilità di chi, come Alessandra Cappellotto ha provato a contribuire a dare loro una occasione, una vita lontano da un luogo che le vorrebbe in schiavitù.

“Nonostante tutti i diritti che ci sono stati tolti, possiamo dimostrare che possiamo ottenere un grande successo, saremo in grado di rappresentare 20 milioni di donne afghane”, ha detto alla BBC.

Una storia che non è finita, che conterrà altre nuove e, si spera, esaltanti pagine.