Giro d’Abruzzo, quel mistero chiamato Filippo D’Aiuto
17/09/2026Filippo D’Aiuto ha vinto la 3a tappa del Giro d’Abruzzo 2026 dopo 130 km di fuga. Perché un corridore come lui corre in una Continental?
Nel pomeriggio di giovedì 17 settembre 2026, lungo la strada statale 83 Marsicana e poi sulla provinciale che collega Lecce nei Marsi a Ortucchio e San Benedetto dei Marsi, è riapparsa quella domanda che già qualche mese fa, era marzo, non aveva avuto una risposta: perché un corridore come Filippo D’Aiuto corre in una squadra Continental (la General Store – Essegibi – F.Lli Curia), serie C del ciclismo mondiale?
Non è un fenomeno Filippo D’Aiuto, non eccelle in salita, non in volata, non ha uno scatto irresistibile. Ma ha determinazione, tenacia e i pedali li sa far girare forte e a lungo. A San Benedetto dei Marsi ha vinto la terza tappa del Giro d’Abruzzo 2026 dopo 131 chilometri di fuga e quattordici in solitaria. Ha vinto perché ha creduto che una fuga non ha speranza di arrivare sino a quando il gruppo non la riprende e che una ventina di secondi di vantaggio forse sono pochi ma meritano di essere difesi comunque. E lui non si è fatto riprendere. Ha pedalato quattordici chilometri a cinquanta all’ora, da solo, con un gruppo abbastanza determinato e abbastanza coordinato alle sue spalle.
Chi inseguiva era convinto di poter riprendere l’avanguardista. Chi era davanti però non aveva nessuna voglia di essere ripreso. Dietro, davanti al gruppo a fare il ritmo, c’erano corridori di squadre WorldTour, la serie A del ciclismo mondiale, e di squadre ProTour, ma con budget e struttura da categoria superiore. In testa un corridore di una squadra Continental che pedalava a tutta e che perdeva solo qualche secondo ogni tanto. Una difesa sfrontata del diritto alla solitudine ciclistica. E mentre osservavamo questa difesa sfrontata ci chiedevamo: perché un corridore come Filippo D’Aiuto corre in una squadra Continental?
Anche perché il ciclismo italiano non è che se la passi benissimo. Qualche buonissimo corridore c’è, qualche giovane che promette assai bene pure – a partire da Giulio Pellizzari e Davide Piganzoli fino a Lorenzo Mark Finn, Alessio Magagnotti e Davide Donati –, anche ottimi gregari. Di vittorie ne sono arrivate, poche però nelle corse più prestigiose. Di corridori capaci però di tenersi dietro un gruppo non ce sono tanti. E non solo in Italia.
Certo, il Giro d’Abruzzo non è il Tour de France e fare altrove queste azioni è più difficile, però Filippo D’Aiuto queste azioni le sa fare, soprattutto si sa adattare a contesto e avversari. Inoltre è un corridore che in carriera è stato capace di vincere una Gp di Capodarco, non una corsetta.
Un tempo il ciclismo italiano era famoso nel mondo per la capacità di intuire il talento e dargli la possibilità di esprimersi. Sono numerosi i corridori che sono stati “educati” alle vittorie, a cui è stata data l’occasione di diventare campioni anche quando a inizio carriera gli scettici superavano gli entusiasti.

Girodiruota
È rimasta qualcosa di quella capacità?

