Freccia Vallone, la solitudine di Tadej Pogacar
23/04/2025Tadej Pogacar ha vinto la Freccia Vallone 2025 allungando, seduto sui pedali, a cinquecento metri dall’arrivo
In pochi secondi i centoquaranta metri sul livello del mare del rettifilo che anticipa il virage Criquellion – cinquecento metri dalla sommità del Muro di Huy – sono diventati, quasi per magia, duemila e quattrocento. In quel punto, Tadej Pogacar ha impresso sui pedali una forza alpina. Di quelle che, complice l’altitudine, dilatano lo spazio e le differenze tra i corridori. Non si è alzato sui pedali il campione del mondo. Non ne ha avuto bisogno. Ha accelerato seduto sul sellino, nell’attimo esatto in cui, al suo fianco, Ben Healy zompettava in un tanto convinto quanto maldestro tentativo di scatto. Il confronto è stato impietoso per l’irlandese. Tadej Pogacar in dieci pedalate è rimasto solo. Dietro di lui un accenno di vuoto che è diventato un vuoto assoluto solo cinquanta metri dopo. Una dimostrazione di violenta superiorità, capace di bloccare per lo sconforto anche le gambe di un testadura come Remco Evenepoel.
Signore e signori, per usare un tecnicismo, Pogacar si è BEVUTO IL MUR DE HUY e tutta la concorrenza 😳⚡️#Pogacar #FlecheWallonne #EurosportCiclismo pic.twitter.com/DJNhFDEzhU
— Eurosport IT (@Eurosport_IT) April 23, 2025
Tadej Pogacar si è presentato sul pianoro che porta allo striscione d’arrivo della Freccia Vallone, in cima al Muro di Huy, in totale solitudine. Una solitudine capace di allontanare anche i ricordi di primi piani di figure in bicicletta stremate e festanti con alle spalle altre figure, più o meno sgranate, solo stremate.
Kévin Vauquelin ha superato la linea d’arrivo dieci secondi dopo il campione del mondo. Tom Pidcock dopo dodici secondi. E una dozzina di secondi in cima al Muro di Huy, al termine della Freccia Vallone, vale un “Primo Fausto Coppi… e in attesa degli altri concorrenti trasmettiamo musica da ballo!”, pronunciato da Niccolò Carosio alla Milano-Sanremo del 1946.
Quella di Tadej Pogacar è stata una vittoria sfrontata.
Solo il suo volto, impiastricciato di fatica e fanghiglia tra occhi e zigomi quasi a creare occhiaie degne di un insonne cronico, faceva trasparire la difficoltà di una corsa piena di freddo, pioggia e metri di dislivello. Un volto che era uno specchio deformante di una realtà che invece appena fatto vedere un Pogacar capace di distaccare con semplicità tutti gli altri.
E sì che quell’allungo in cima alla Côte de Cherave, poco prima di imboccare la discesa che portava a Huy, sembrava un’ammissione di insicurezza. Un modo, un po’ goffo, di crearsi un finale alternativo, forse per timore che il solito finale potesse non essergli congeniale. Eravamo di fronte anche lì a uno specchio deformante. Forse a un divertissement pogacariano.
Chi può davvero pensare che la Freccia Vallone possa avere un finale alternativo?
La Freccia Vallone è una corsa destinata a risolversi su quel mostro di un migliaio di metri abbondanti di lunghezza, che punta verticalmente al cielo, che si chiama Muro di Huy.
Di certo non ci hanno pensato Remco Evenepoel e Mattias Skjelmose, quei due che avevano raggiunto lo sloveno per rivoluzionare ciò che l’Amstel Gold Race aveva detto sino una dozzina di chilometri dall’arrivo. Evenepoel e Skjelmose hanno aspettato. Il primo ha provato, grazie ai suoi gregari, a fare corsa un po’ più dura di quello che è di solito: gli è andata male. Il secondo non ha fatto nemmeno questo: gli è andata peggio; è caduto.
Di certo non hanno pensato che potesse andare diversamente da come è andata gli avanguardisti dei primi chilometri: Simon Guglielmi, Artem Shmidt, Ceriel Desal, Tom Paquot e Siebe Deweirdt. O i subentrati dei chilometri successivi: Tobias Foss e Robert Stannard e Fredrik Dversnes e Andreas Leknessund.
Sono saltati tutti, uno dopo l’altro, tranne Fredrik Dversnes, Tobias Foss e Andreas Leknessund.
Va dato loro atto di aver reso faticoso il rientro al gruppo. Perché i gregari di Remco Evenepoel e di Tadej Pogacar alle loro spalle ci davano dentro, non si risparmiavano di certo: fila indiana e dietro a loro un lungo imbuto, uno di quelli che segnalano che si va veloci.
Va dato atto ai tre norvegesi soprattutto di aver puntato sull’ottimismo. Quello parecchio realista di chi dice che è meglio faticare davanti che prendere freddo in gruppo, almeno davanti se va male si perde, ma se va bene, molto bene forse troppo bene, un buon piazzamento lo si rimedia. Non va mai bene in una classica, specialmente in una come la Freccia Vallone: i tre sono stati inghiottiti dal gruppo nei primi metri della Côte de Cherave a 6.600 metri dall’arrivo. Digeriti in poche centinaia di metri.
L’ordine d’arrivo della Freccia Vallone 2025
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