Fuga dal Giro – Acacio Da Silva scoprì il Colle Saint-Pantaléon
30/05/2025La prima volta che il Colle di Saint-Pantaléon entrò nella geografia del Giro d’Italia fu nel 1992 e fu Acacio Da Silva a esplorarlo per primo
Cosa abbia spinto gli abitanti di Châtillon a costruire una cappella, lì dove c’era il valico mille metri più in alto del paese, e a dedicarla a un martire cristiano del Trecento il cui culto è soprattutto diffuso tra Balcani e Russia, è uno di quei misteri che ancora oggi affascinano credenti e studiosi. Perché di devoti a San Pantaleone ce ne sono nel mondo, ma di solito lì dove ci sono i porti o dove chi un tempo stava in zone marittime si è rifugiato in seguito.
Una cappella dedicata a San Pantaleone, pardon Saint-Pantaléon, a milleseicento metri d’altitudine, invece è qualcosa di sorprendente. Tipo la scelta di chiamare quel colle proprio come la cappella: Colle di Saint-Pantaléon. Tipo certe azioni da lontano senza senso apparente, tipo le esplorazioni disperate e ardite di Acacio Da Silva.
Nella geografia del Giro d’Italia il Colle di Saint-Pantaléon entrò nel 1992, l’11 giugno del 1992, durante la diciannovesima tappa, la Saluzzo – Pila di 260 chilometri. E appena sentì la strada salire sotto le sue ruote, Acacio Da Silva non ci pensò due volte e scattò, liberandosi degli altri ventitré uomini che gli stavano accanto a una mezza dozzina di minuti avanti al gruppo.
Acacio Da Silva non ci poteva fare niente. A lui il ciclismo piaceva libero, quindi solitario e rischioso. Voleva vincere, ma preferiva farlo a modo suo, pazzamente e imprevedibilmente, senza troppo pensare a tattica, calcoli, probabilità.
L’unica cosa che Acacio Da Silva voleva davvero era stare davanti al gruppo, scalcare montagne, non farsi riprendere. Pedalando così ha vinto venticinque corse in carriera. Pedalando così ha superato per primo il traguardo tre volte al Tour de France e cinque volte al Giro d’Italia.
Non quel giorno però, quell’11 giugno del 1992, durante la diciannovesima tappa, la Saluzzo – Pila di 260 chilometri. Quel giorno a Pila arrivò per primo Udo Bolts. Perché Acacio Da Silva venne ripreso sulla salita che portava a Champremière dai suoi compari d’evasione e poi nulla poté al ritmo che impose José Ramón González Arrieta, involatosi verso il traguardo, prima di andare in crisi e farsi riprendere e staccare dal tedesco.
Erano gli anni Novanta e Acacio Da Silva era corridore da anni Ottanta. Aveva perso le gambe migliori in evasioni montane prolungate, alla ricerca di vittorie libere da qualsiasi restrizione.
Ci provò comunque in quei dannati anni Novanta. Gli andò sempre male. “Mi sono però divertito comunque. Spero di avervi fatto divertire”, disse all’Equipe nel settembre del 1993, al termine della Volta a Catalunya. Doveva essere la sua corsa d’addio. Poi ci ripensò, corse un anno ancora. Ma nessuno lo intervistò più.
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