Fuga dal Giro d’Italia – Tra la neve della prima Cima Coppi

Fuga dal Giro d’Italia – Tra la neve della prima Cima Coppi

30/05/2025 0 Di Giovanni Battistuzzi

La prima Cima Coppi del Giro d’Italia fu scalata nel 1965. In quel giorno di neve e freddo fu Graziano Battistini il primo ad arrivare sullo Stelvio

“Più gente. Ci vuole più gente”, aveva detto questo il patron del Giro d’Italia Vittorio Torriani al telefono al questore di Sondrio. Si era fermato in un bar di Sondalo, mentre i corridori stavano risalendo la Valtellina ancora a Tirano.

Il questore di Sondrio aveva detto che era impossibile salire in bicicletta sino in cima al Passo dello Stelvio e che la tappa doveva terminare prima, magari al sacrario. Meglio ancora a Bormio.

Vincenzo Torriani iniziò a sbraitare al telefono. Gli urlò di non rompere e di lavorare, che già aveva dovuto accorciare la tappa tagliando la discesa del passo e la risalita a Solda. E quindi i corridori dovevano per forza arrivare in cima. Che figura c’avrebbe fatto: aveva annunciato in pompa magna la novità di quell’anno, la Cima Coppi, la vetta del Giro d’Italia, il luogo che doveva “onorarne la memoria” di Fausto Coppi, morto cinque anni prima.

Quel giorno, quel 4 di giugno del 1965, però nevicava. Era da giorni che nevicava. Gli alpini avevano fatto il possibile per liberare la strada dalla neve. La neve che continuava a scendere aveva però reso insufficiente il numero di alpini e così, al mattino, erano saliti pure i poliziotti. Era stato il ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani a chiedere l’intervento della polizia, dopo che il giorno prima si era sentito con l’amico Vittorio Torriani. Il questore rispose obbedisco.

La neve non diminuiva, alpini e poliziotti non bastavano, Torriani continuava a urlare al telefono. Il questore decise allora di distribuire tutte le pale che aveva trovato ai tifosi. “Faremo il possibile dottor Torriani”, rispose. Ci sono momenti e luoghi dove il questore vale meno di un direttore del Giro.

Intanto, giù in Valtellina, Ugo Colombo e Graziano Battistini avevano tentato la sorte. Libera uscita per il primo che aveva fatto da paravento per tutto il Giro a Franco Bitossi; tentativo di redenzione per il secondo, che in quella corsa era stato solo comparsa.

E dire che le premesse erano diverse, totalmente diverse.

Perché quando passò professionista nel 1959, c’era una sola incertezza su Graziano Battistini: quando avrebbe vinto il suo primo Giro d’Italia e quando avrebbe vinto un Tour de France. Perché Graziano sulla bicicletta sembrava volasse: in salita era agile e potente, in discesa coraggioso, contro il tempo se la cavava egregiamente, e in più era veloce, determinato, intelligente, soprattutto un professionista serio, un bravo ragazzo, forse troppo un bravo ragazzo. Uno che molte volte pensava più agli altri che a se stesso.

Quel giorno, quel 4 di giugno del 1965, Graziano Battistini però decise di pensare solo a se stesso. E a quella salita incredibile e altissima, che dodici anni prima aveva ribaltato il Giro d’Italia, permettendo all’Airone di volare in maglia rosa.

Così Graziano Battistini scattò e Ugo Colombo in una smorfia di fatica estrema lo vide scomparire. E nemmeno una slavina che invase la strada e che costrinse i corridori a scendere di bicicletta e superarla a piedi, poté fermarlo.

Non esultò nemmeno passando il traguardo. Si limitò a sorridere a chiedere una coperta.

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