Fuga dal Giro d’Italia – La banda del velocipede di Padova

Fuga dal Giro d’Italia – La banda del velocipede di Padova

23/05/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Achille Balasson, Giovanni Trevisan e Antonio Masi erano tre bei ragazzi, alti, muscolosi, di quelli che le ragazze avevano piacere a guardare. Erano anche ricchi, di buona famiglia. Nonostante questo però Achille Balasson, Giovanni Trevisan e Antonio Masi non erano giovani che potevano piacere ai genitori delle ragazze che avevano piacere a guardarli. Uno aveva addirittura un orecchino, che all’epoca, era il finire dell’Ottocento, era una sorte di confessione pubblica di crimini orrendi. 

L’orecchino era comunque l’ultimo dei problemi, perché tutti a Padova sapevano che Achille Balasson, Giovanni Trevisan e Antonio Masi in chiesa non ci andavano mai, perché dei maledetti senza Dio. Erano in pochi a chiamarli anarchici, molti di questi erano sbirri. Uno, Giovanni Trevisan, quello con l’orecchino, aveva addirittura conosciuto Michail Bakunin, o così almeno diceva. 

Ad Achille Balasson, Giovanni Trevisan e Antonio Masi piaceva pedalare e bighellonavano per lunghe ore e lunghi giorni sulle loro biciclette sognando di rivoltare il sistema e chiacchierando di politica. Uno di loro, Antonio Masi, aveva pure fatto qualche riunione su pista e raccolto pure buoni risultati. Aveva anche corso il primo Gran premio d’Este e a piazza Italia era arrivato in terza posizione. 

Avrebbe potuto fare il corridore, ma il sogno anarchico era più attraente e soprattutto meno faticoso del pedalare contro altri corridori. 

Fu pedalando che ai tre venne in mente che il loro futuro sarebbe stato sì in bicicletta, ma non a dannarsi nel tentativo di superare per primi una linea d’arrivo. 

Fu un giorno di aprile che in bicicletta assaltarono una carrozza di un ricco signore di Padova che aveva appena concluso un affare: gli presero tutto, pure le braghe e la camicia. Con parte del ricavato, una minima parte del ricavato, finanziarono pure la causa anarchica, convinti che la loro l’avevano fatta e che fossero meglio tre anarchici benestanti che tre anarchici senza un quattrino e una ricca causa. 

Per oltre due anni si dedicarono a questo genere di faccende. Assalirono ricchi signori e portavalori, uffici postali e ville. Sempre con la pisola in mano e via a pedalare. Tredici rapine in tutto, nessun ferito, un morto: un signore a cui venne un infarto. 

Li chiamarono la banda del velocipede e a Padova per quasi un secolo si narrarono le loro gesta. 

Meno raccontata fu la fine della banda del velocipede. Li beccarono, anzi è meglio dire li pescarono nel Bachiglione dopo un inseguimento di qualche decina di minuti. Tutta colpa della Giusi, che non era una bicicletta, ma una donna, parecchio attraente si narra, ma con un unico difetto: era la figlia di un capitano dei carabinieri. Per far colpo su di lei Antonio Masi si bullò di essere uno della banda del velocipede. Un tentativo di rimorchio da venticinque anni di gattabuia. 

La 18a tappa del Giro d’Italia ci porta a Padova

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