Fuga dal Giro d’Italia – La fortezza ciclistica del colle del Melogno

Fuga dal Giro d’Italia – La fortezza ciclistica del colle del Melogno

07/05/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Quando nel 1882 al Regio esercito italiano venne in mente che serviva di difendere il Piemonte da un eventuale attacco dal mare la strada che portava al colle del Melogno non esisteva. C’era un sentiero buono per i pastori e basta. E così prima di iniziare i lavori del forte che doveva sorgere in cima al colle del Melogno costruirono la strada che portava fino a Finale Ligure. I lavori iniziarono nel 1883 e durarono fino al 1895. 

Quando il Regio esercito italiano diede il via al progetto ancora non poteva immaginare che sarebbe stato inutile e che il progresso tecnologico avrebbe puntato al cielo e che dal cielo sarebbero arrivati i pericoli maggiori. 

E non potevano neppure immaginare che lassù, che quel buco del mondo del colle del Melogno, avrebbe ospitato una parte della storia del ciclismo italiano. A partire dal suo incipit, almeno per quanto riguarda il Giro d’Italia. 

Perché se non ci fosse stato il forte alla sommità del colle del Melogno, probabilmente la prima tappa del primo Giro d’Italia non sarebbe stata la stessa. 

Quando nel 1900 il colonnello Rodolfo Umberto Attrezzi prese il comando del forte e di tutte le strutture fortificate del Ponente ligure – si narra che fu spostato da Torino per ragioni di donne, o meglio di corna spuntate a un noto politico molto vicino al re – aveva già intuito che il forte sarebbe stato inutile e che i pericoli sarebbero venuti dal cielo. Il colonnello Attrezzi si interessava dei tentavi di volo e con baldanzosa sicurezza che l’uomo avrebbe imparato a volare e non solo con mongolfiere e dirigibili. 

Oltre al cielo il colonnello Rodolfo Umberto Attrezzi si interessava di ruote: quelle di pietra per fare l’olio, soprattutto quelle di gomma piena che roteavano sotto otto tubi in ferro. 

Era il 1897 e il colonnello aveva fatto tutto quello che era nelle sue possibilità per realizzare l’idea del tenente Luigi Camillo Natali di dotare il Regio esercito di una Compagnia sperimentale di Bersaglieri ciclisti (il via venne dato l’anno dopo). 

E quando fu spostato al colle del Melogno, il colonnello Rodolfo Umberto Attrezzi contrattò che per il disturbo gli sarebbe stata concessa una fornitura di otto biciclette ultimo modello ogni tre anni per “esplorazione ciclistica et miglioramento difensivo”. Le biciclette, tutte fornite dalla Bianchi, arrivarono. 

Il colonnello Rodolfo Umberto Attrezzi sul colle del Melogno sarebbe dovuto rimanere cinque anni, ci rimase a vita. La mattina espletava il suo compito militare, il pomeriggio o passeggiava per i sentieri, o pedalava con qualche ufficiale, sottoufficiale o addirittura anche qualche recluta, per sentieri e stradelli. E quando il sottobosco lo concedeva si sollazzava con gran ricerche di funghi. 

In più, il colonnello Rodolfo Umberto Attrezzi, tramite le sue conoscenze nel reclutamento, faceva salire al forte per la leva diversi baldi giovini amanti della bicicletta. 

Fu nel 1907 che alla stazione di Finalmarina (l’attuale Finale ligure marina) dal treno partito da Genova – dopo essere partito da Roma Termini e aver cambiato a Livorno, Pisa e La Spezia – scese un ragazzotto nero di capelli, olivastro di carnagione, gli occhi svegli e furbacchioni e la faccia da schiaffi. Era lì per la ferma militare.

“Quando mi dissero che dovevo anna’ fin lassù, me stavo a senti’ male. E i primi mesi c’era da mori’ de pizzichi. Poi però il colonnello intervenne e io mi ritrovai più in sella che col fucile in mano. Mi ero sempre considerato un corridore da velodromi, lì, salendo e scendendo dal colle del Melogno compresi che potevo essere anche corridore da corse su strada”, raccontò Dario Beni nel 1959 alla Gazzetta dello sport in occasione del cinquantenario del primo Giro d’Italia. 

E aveva di che parlare Dario Beni del Giro d’Italia, perché il suo nomeecognome è il primo che si incontra quando si va indietro nel tempo alla prima edizione del Giro d’Italia. Prima tappa: 13 maggio 1909, Milano-Bologna, 397 chilometri. Vincitore: BENI Dario in 14 ore, 6 minuti, 15 secondi, alla velocità media di 28.090 chilometri orari

Il colle del Melogno entrò nella geografia del Giro d’Italia diversi anni dopo, il 9 giugno del 1922 nel corso della Genova-Torino, 277,4 chilometri. Il primo a raggiungere la cima fu Bartolomeo Aymo. Il corridore che entrò nel romanzo “Addio alle armi” di Ernest Hemingway

E non ci poteva essere miglior primo esploratore della vetta del colle del Melogno che Bartolomeo Aymo. Quel giorno, quel 9 giugno del 1922, infatti un cerchio si chiuse, anche se per interposta persona. Perché nella notte tra l’8 e il 9 luglio, quando lo scrittore americano (appassionatissimo di ciclismo) venne colpito dalle schegge dell’esplosione di una bombarda austriaca Minenwerfer, morì nel Carso anche il colonnello Rodolfo Umberto Attrezzi. 

La quarta tappa del Giro d’Italia passa per il Colle del Melogno

Qui trovate la guida a tutte le tappe del Giro d’Italia 2024 – qui invece la guida a tutti i protagonisti della corsa rosa.

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