Fuga dal Giro d’Italia – La vita e la morte in cima al Monte Grappa

Fuga dal Giro d’Italia – La vita e la morte in cima al Monte Grappa

25/05/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Lassù in cima, sulla vetta del Monte Grappa, in uno dei luoghi più belli del Veneto, che a guardare a sud est, con il cielo sgombro, il vento e la luce giusta ti perdi con gli occhi ben oltre Venezia e i suoi mille campanili e spazi giù verso l’Istria e forse più, ma serve vista buona; lassù in cima, sulla vetta del Monte Grappa, in uno dei luoghi più belli, dove quando arrivi senti il sapore della vita e la vita tutta entrarti dentro, lassù in cima, dicevo, invece ti trovi a cospetto della morte.

E a cospetto della morte nel luogo della vita si trova una pace spettrale, malinconica, lietissima. Perché forse è paradossale, forse solo irrispettoso, ma salire in bicicletta sulla cima del Monte Grappa, trovarsi di fronte a un sacrario militare dopo sono sepolte 22.910 persone, delle quali solo 2.631 hanno un nome e un cognome, ti dà l’idea di essere più vivo di quello che sei, ti amplifica la percezione del tuo respiro, dei battiti di quel tuo cuore che ancora ti segue in bicicletta.

Poi, dopo aver assaporato la vita nella maniera più intensa possibile, subentra il malumore, un malumore ondivago tra il disgusto per quell’enorme imbecillità troppo umana che si chiama guerra, e l’avvilimento per quello che è stato, che è e che sarà, perché in fondo le guerre ci sono sempre state, continuano ad esserci ed è difficile che possa andare diversamente.

“Qua ci dovrebbe essere mio nonno. Mio nonno è uno dei tanti di quelli che non hanno un nome e un cognome. E potrebbe esserci anche il nonno di mia moglie, sempre che abbiano sepolto anche quelli che vestivano altre divise: lui era austriaco”, dice Adelio Pramolin, 85 anni.

“Al Monte Grappa venivo su in bicicletta una volta l’anno. Da giovane andavo forte e si diceva che avevo il talento dei campioni. Gambe e polmoni e cuore funzionavano, la testa meno. E ci vuole testa a fare il corridore. Non feci il corridore. Ma continuai a pedalare. E una volta all’anno salivo al Sacrario. L’ultima volta è stata nel 2016, poi non me la sono più sentita. Vengo qui, saluto il nonno che non ho mai conosciuto e il nonno di mia moglie. Non so perché continuo a venirci, quando salivo in bicicletta prima e dopo mi divertivo, ora è solo una presa a male”.

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