Fuga dal Giro d’Italia – Ma dove vai con il lesso in bicicletta? Ad Alba

Fuga dal Giro d’Italia – Ma dove vai con il lesso in bicicletta? Ad Alba

06/05/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Poco prima di Alba, sulla destra della provinciale che arrivava dall’astigiano, c’era un casale giallo canarino con una scritta in blu con le lettere un po’ squadrate, senza alcuna grazia va detto: OSTARIA. E in quell’ostaria si sapeva che si mangiava il miglior lesso freddo, ossia il lesso in gelatina, insomma quello che poi è stato commercializzato come Simmenthal, di tutto il Piemonte. E allora, era il 1910, il lesso freddo era piatto di gran moda che incontrava alla grande il gusto dei piemontesi. Soprattutto se accompagnato con un po’ di salsa verde con le alici e a un buon bicchiere di rosso. 

Quell’ostaria che si trovava poco prima di Alba, sulla destra della provinciale che arrivava dall’astigiano, era sì famosa per il suo lesso freddo, ma non è che ci si potesse andare davvero. Il suo lesso freddo era notorio perché qualcuno, in molti, l’aveva mangiato e l’aveva trovato delizioso. E notorio era anche il prezzo, parecchio caro. Perché c’era pure scritto OSTARIA sulla facciata del casale giallo canarino, ma i prezzi erano alti e sui tavoli c’era pure la tovaglia. 

Nei primi giorni di giugno del 1910 lassù in Piemonte faceva un caldo porco e si sudava a star fermi. E quando fa un caldo porco non c’è niente di meglio di una mangiata di lesso freddo con la salsa verde con le alici e un buon bicchiere di rosso di ghiacciaia. Soprattutto se si aveva pedalato un bel po’ quel mattino. 

E i corridori del Giro d’Italia di chilometri ne avevano fatti e ne dovevano fare: Alba era al 160esimo chilometro di 218. Perché quel giorno per Alba passava il Giro d’Italia, il secondo Giro d’Italia della storia

Faceva davvero un caldo cane, tanto che A. C. Ressini scrisse sul Corriere della Sera: “Dopo Acqui il sole si mantiene torrido ed i corridori colano sudore. È manifesto gli sforzi che fanno per sopportare i rigori di questo caldo reso più intenso dalle strade polverose e aride. Mai una fontana, mai una pianta incontriamo su questo nastro bianco che sale serpeggiando per queste colline”. 

Troppo caldo, troppa polvere. L’acqua nelle borracce in alluminio bolliva, i panini nel tascapane una volta tolti dalla carta oleata diventavano immangiabili. 

Giovanni Marchese era stufo di tutto questo. Per questo scattò, accelerò il passo e andò in fuga dopo aver passato Castiglione Lanzi. Mise tra lui e gli altri in pochi chilometri diversi minuti anche perché, scriveva Ressini, “l’andatura non brilla certo per sostenutezza: sul piano i corridori preferiscono un passo di 25 km all’ora come quello che permette loro di sostenere loro una giornata terribilmente afosa”. 

Ne aveva accumulati quasi una decina quando si fermò all’osteria, si sedette e ordinò un piatto di lesso. Conosceva bene quel posto. Era nato a Verolengo, una sessantina di chilometri più a nord e verso le colline a sud di Alba ci andava regolarmente per allenarsi. 

“E velocemente, la prego, che arrivano”. 

Erano anni quelli nei quali i corridori erano visti come simpatici matti che avevano dedicato la vita a coprire distanze enormi in bicicletta. 

“La moglie dell’oste fu celere, il piatto era abbondante e l’uomo mangiò di gusto. I primi due corridori passarono e anche i primi inseguitori. Lui si alzò, sorrise, disse che avrebbe pagato la direzione corsa”, raccontò anni dopo il giornalista e scrittore Giulio Corradino Corradini all’Eiar nel programma “Parole sportive”. 

L’oste aspettò invano che qualcuno venisse a saldare il conto. Non si fermò nessuno. 

Giovanni Marchese al controllo di Alba arrivò dieci minuti dopo dei primi. Non si crucciò. Non avrebbe comunque vinto la tappa, era sfinito, e aveva troppi punti (all’epoca la classifica generale era a punti) per pensare di poter puntare alla vittoria o al podio. Quella mangiata valeva tutto quel distacco. 

Giovanni Marchese a Mondovì quel giorno arrivò ottavo. 

Giovanni Marchese in carriera non vinse mai una corsa eppure per primo arrivò in numerose occasioni. Tipo a capire che il pignone fisso non era la migliore soluzione per un Giro d’Italia: nessuno prima di lui usò la ruota libera. C’è chi sostiene che l’abbia addirittura inventata lui la ruota libera, ma ciò non è provato. E c’è chi sostiene che pure l’idea di sostituire i freni a bacchetta con quelli azionati da un cavo d’acciaio sia stata sua, tanto che nella Milano-Modena del 1918 (la concluse decimo) si presentò con una bicicletta con “un sistema frenante arditamente innovativo”, raccontò la Gazzetta dello Sport del 28 ottobre del 1918. Ma anche di questa invenzione non c’è prova o brevetto. 

Senz’altro le biciclette Marchese dagli anni Trenta fino agli anni Cinquanta erano ricercatissime e ambitissime anche dai professionisti. A tal punto che Giovanni Valetti lo volle come meccanico alla Frejus nel 1938: vinse quel Giro e quello successivo. 

Quel giorno di giugno del 1910 Giovanni Marchese si limitò a inventarsi una strategia per un pasto gratis. 

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