Fuga dal Giro d’Italia – Un caffé con Fausto Coppi a Napoli

Fuga dal Giro d’Italia – Un caffé con Fausto Coppi a Napoli

12/05/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

“Sono nato il 10 giugno del 1940 più o meno alle due e mezza del pomeriggio. Per anni ho creduto di essere l’ultimo bambino nato prima dell’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. Non lo so se sia così, senz’altro posso dire di essere nato in ritardo per poter dire di aver ‘visto’ Fausto Coppi vincere il suo primo Giro d’Italia”. 

Ferruccio Varriale è nato a Napoli, a Napoli è sempre vissuto. “Al Vomero. Padre medico, mamma insegnante al liceo, famiglia benestante, primo di tre figli, l’unico a essere nato prima della Seconda guerra mondiale”. 

Famiglia benestante e coppiana. “Mio padre era per Learco Guerra, poi per Mario Vicini, perché i vicini di casa facevano Vicini di cognome. Poi per Fausto Coppi, perché a lui i toscani non sono mai piaciuti. Non so perché. Mia madre invece era per Learco Guerra e poi per nessuno, almeno prima di Coppi. I miei fratelli uno per Charly Gaul perché Fausto non l’ha mai visto correre e gli piacevano gli scalatori; l’altro per Jacques Anquetil perché era un fighetto e, poi, perché Fausto non l’ha mai visto correre. Io sempre e solo e soltanto per Fausto Coppi”. 

Ferruccio Varriale la prima bicicletta la ottenne nel 1953 a dieci anni ed “era rossa”. La seconda nel 1956 ed era una Bianchi “perché quella e solo quella era la bicicletta per me, quella di Fausto Coppi, anche se Fausto Coppi non correva più con la Bianchi”. 

Corse qualche anno, uno tra i dilettanti, ma “nessuna vittoria, pochissimi piazzamenti, poche soddisfazioni. Semplicemente non avevo la classe. Ero piantato in volata, piantato in salita, ma menavo a lungo sui pedali”. Continuò a lungo a farlo per diletto. “Fino alla fine degli anni Settanta. A Napoli fino alla fine degli anni Settanta era un piacere correre in bicicletta, poi sono arrivate le automobili e hanno rovinato tutto”. 

In bicicletta si è fatto tutte, o quasi, le grandi salite del centrosud: “Blockhaus, Gran Sasso, Vesuvio, il trittico Macerone-Rionero-Roccaraso, il Passo delle Capannelle, la Forca di Presta, Montevergine, Campitello Matese. Soprattutto il Gelbison, che al Giro non l’hanno mai fatto, ma meriterebbe un’occasione”. 

 In bicicletta un giorno si meravigliò. “O meglio, in bicicletta mi meraviglio sempre, anche oggi che a volte pedalo sulla ebike, che gran invenzione la ebike”. 

Quel giorno era appena sceso di bicicletta, l’aveva lasciata appoggiata al muro di un bar del Vomero, era entrato per un caffé. “E rimasi a bocca aperta”. Era fine febbraio, c’era il sole. “Il 16 febbraio per l’esattezza, il 16 febbraio del 1959, non lo dimenticherò mai. Non ricorderò mai quella mattinata. Stavo andando all’università, non ricordo perché, ma ricordo tutto il resto. Al bancone del bar c’era lui, Fausto Coppi, con gli occhiali e il Borsalino. Era lì davanti a me e io avevo la bocca aperta. Mi misi vicino, chiesi un caffé. Lui stava parlando con un signore distinto. Rimasi là a bere il caffé con enorme lentezza. Poi, quando stava per andarsene, gli rivolsi la parola: ‘Signor Coppi me lo firmerebbe un autografo?’. Lui si girò, mi sorrise timido, fece cenno di silenzio. Poi prese il libro che avevo in mano, estrasse una penna dalla tasca interna della giacca e scarobocchiò il suo nome e cognome. Poi mi chiese come mi chiamassi. Scrisse: ‘A Ferrucio, con simpatia’. Ferrucio, con una c in meno. Ma chissenefrega. Gli dissi: ‘L’aspetto al Giro d’Italia”. Lui rise. Non corse però il Giro d’Italia. E quel Giro d’Italia a Napoli ci arrivava. Vinse Poblet se non sbaglio. Senz’altro fu una festa meravigliosa come ogni volta che il Giro arriva in città”.

Era il 16 febbraio del 1959 e “quel libro ce lo ho ancora, nonostante i traslochi, gli anni e tutto quello che è accaduto. Perché quel libro è la conferma che quel giorno conobbi Fausto Coppi”. 

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