Fuga dal Giro d’Italia, Bartali e la crisi sul Passo del Tonale
28/05/2025 0 Di Giovanni BattistuzziTra le nevi del Passo del Tonale Giovanni Valetti ribaltò il Giro d’Italia del 1939 attaccando a 165 chilometri dall’arrivo
La neve scendeva leggera ma senza tregua dalle prime luci del giorno. Prime luci per modo di dire visto che il cielo era grigio, l’atmosfera era grigia ed era grigia pure l’uomo che era sceso dalla macchina con su scritto Giro d’Italia ed era andato all’ex dogana, ora bar, del Passo del Tonale a telefonare a Trento.
“Nevica, fa freddo, è tutto grigio. E, dicono al rifugio, non migliorerà”. Fu essenziale e deciso.
“Grazie”, rispose l’uomo dall’altro capo del filo.
“Quindi?”.
“Si parte”.
“Ma come si parte?”, chiese l’uomo in cima al passo.
“Si parte, si parte! Se sei riuscito ad arrivare al passo si parte”, disse risoluto l’uomo che stava a Trento.
“Ma sta nevicando!”.
“Sei riuscito o no ad arrivare al passo? Si parte”. Tagliò corto.
E sì che a Trento faceva un freddo cane e pioveva a dirotto.
Armando Cougnet, il patron del Giro d’Italia uscì dall’albergo, prese la bandiera rosa del via e chiamò i direttori sportivi. “Dieci minuti e si parte”. I direttori sportivi borbottarono. Armando Cougnet però disse loro di muoversi. Si mossero.
I corridori si radunarono in fretta e furia con “indosso le gialle mantellette impermeabili. Le gambe erano spalmate con candidi unguenti contro l’umidità fino all’altezza delle coscie”, scrisse Orio Vergani sul Corriere della Sera.
Gino Bartali era baldanzoso in testa al gruppo con la maglia rosa coperta dalla cerata. Scherzava, rideva, parlava, bofonchiava. A qualche metro da lui, Giovanni Valetti era scuro in volto, ma più per posa che per preoccupazioni. Due giorni prima aveva avuto problemi di stomaco, si era staccato tra le Dolomiti, aveva perso la maglia rosa.
Quel giorno però era determinato a fare bene.
“Si abbassa la bandierina rosa del via, il plotone dondola un attimo sui pedali e subito, prima che tutti siano bene assestati sul sellino, un lungo corridore indemoniato, con la berretta sugli occhi e la mantelletta gonfia di vento, scappa verso la campagna. Chi è? È Valetti”.
Alla ruota di Giovanni Valetti si piazza il compagno Olimpio Bizzi. Gino Bartali capisce che quel piemontese dalla testa duro fa sul serio e lo inizia a rincorrere. Li raggiunge a 160 chilometri dall’arrivo. Si mette a ruota. Deve solo seguirli.
Ma “Sui falsopiani che precedono Caldes la sorte gioca un brutto tiro ai due rivali. La maglia rosa ha forato. Ecco Bartali su un lato della via che deve con le mani intirizzite dal freddo cambiare la gomma. Ma subito dopo anche Valetti è a terra, anche la sua gomma ha reso l’ultimo respiro. Pari e patta. Bizzi salta di macchina e passa la sua ruota vergine al compagno di squadra. Bartali ha perduto nel cambio un minuto e mezzo. Valetti per l’aiuto del camerata livornese ha perduto invece solamente quaranta secondi Questo è il vantaggio che, nella disgrazia, Valetti ha potuto assicurarsi”, riporta Orio Vergani.
Il Passo del Tonale è una strada bianca di neve che si tinge di marrone terra. Giovanni Valetti sale leggero e potente mentre perde le sue sembianze umane per trasformarsi in una statua di fango. La neve continua a cadere, un vento gelido scende dal passo verso il fondovalle. Gino Bartali borbotta da solo, alterna le mani sul manubrio e quelle appoggiate sulla pancia sotto la maglia rosa per riprendere sensibilità. I tre minuti e quarantanove secondi che aveva di vantaggio sul piemontese li perde un secondo alla volta. A due chilometri dalla cima è in debito di vantaggio. Viene superato da Cottur, Vicini, Cinelli e Marabelli. “Sul suo viso si è incrostata la giallastra macchia di argilla, entro la quale spicca solamente la macchia nera degli occhi”.
Pure il suo gregario Giovanni Cazzulani lo raggiunge. E lo incita, lo spinge, lo insulta perché vuole mollare, poi lo mena: sberle sulle gambe per scaldargliele, sberle sul viso per farlo riprendere. A un chilometro dall’arrivo il ritardo è di sei minuti.
Gino si ridesta, in un chilometro recupera un minuto sul primo. E in discesa rispetto al piemontese va molto forte. Non è finita gli dice Cazzulani.
E invece sì. Gino Bartali ha le mani congelate e non riesce a frenare. Perde altri trenta secondi.
Il suo volto tende al verde, le sue gambe sono bloccate. In cima al passo dell’Aprica saranno sette minuti e mezzo.
Giovanni Valetti tra le nevi del Passo del Tonale ribaltò il Giro d’Italia. Riscrisse una storia già riscritta da Gino Bartali due giorni prima tra le Dolomiti.
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