Landa, Bouchard e la gravità del Giro

Landa, Bouchard e la gravità del Giro

09/05/2025 0 Di Giovanni Battistuzzi

Anni e anni fa, forse decenni, un tale, probabilmente un professore di fisica, disse con grande entusiasmo a un programma di Piero Angela che se non ci fosse la gravità non ci sarebbe la vita. Quando si pedala in bicicletta tutto questo entusiasmo per la gravità non lo si prova affatto. E viene pure il dubbio che quel tale, probabilmente un professore di fisica, avesse detto una cazzata. Certo chi va in bicicletta non è, forse, un professore di fisica e senz’altro ha meno competenze di quello, ma una cosa la sa: la gravità fa schifo. Perché la gravità ti fa finire a terra e quando si finisce a terra, magari la vita non te la toglie, ma la bicicletta per un po’ a volte sì.

E non c’è niente di peggio quando accade all’inizio di un viaggio. Se proprio ci si deve abbandonare alla gravità è meglio farlo dopo, magari quasi alla fine, che prima. Resisterle pochissimo poi è la peggiore delle ipotesi, quella che chiunque pedala non vuole nemmeno prendere in considerazione. E questo perché i rimpianti sono una curva logaritmica ma messa al contrario di come la vedevamo sui libri di scuola.

Il Giro d’Italia altro non è che un viaggio. Ognuno arriva alla partenza con gran bei propositi, con la convinzione di poter fare bene, magari vincere una tappa, magari indossare una volta la maglia rosa, magari indossarla sul palco dell’ultimo giorno. Non si può essere pessimisti se si va in bicicletta. Soprattutto se si corre un Giro d’Italia (qui trovate la guida a tutte le tappe della corsa rosa 2025).

Non si può tornare a casa il primo giorno di una corsa di tre settimane. O meglio si può ma non si dovrebbe. C’è qualcosa di sbagliato nel dover essere costretti a tutto questo. Qualcosa di sbagliato e ingiusto.

Eppure accade. Quasi ogni anno.

Quest’anno è capitato a Mikel Landa e Geoffrey Bouchard, caduti nella stessa curva (a poche decine di centimetri uno dall’altro) negli ultimi chilometri della 1a tappa del Giro d’Italia 2025.

A Geoffrey Bouchard ogni tanto le cose vanno male. Tipo quando era caduto alla Vuelta del 2023 e poi ci ha messo sei mesi prima di ritornare in bicicletta. E sì che lui è uno che farebbe qualsiasi cosa per la bicicletta, uno che ama a dismisura pedalare.

Pure a Mikel Landa ogni tanto le cose vanno male, anche al Giro. Solo che mentre il francese non ha mai grilli per la testa che gli suggeriscono di provare a salire sul podio, il basco sì e quindi sembra che per lui l’asfalto sia più duro, senz’altro fa più rumore.

Nessuno dei due ha visto gli ultimi quattromila e quattrocento metri della prima tappa del Giro d’Italia. Nessuno dei due ha visto Mads Pedersen completare ciò che gli avevano impacchettato i compagni di squadra, Giulio Ciccone su tutti. E nessuno dei due lo ha visto esultare per la vittoria e arrossire, ma di rosa, come quella maglia che ha vestito sul palco all’arrivo.

La loro corsa era già finita. Finita troppo presto. E per colpa della gravità. Quella che forse rende possibile la vita come disse anni e anni fa, forse decenni, un tale, probabilmente un professore di fisica, in un programma di Piero Angela.