Fuga dal Giro d’Italia – Il Passo Brocon e le dimensioni che contano

Fuga dal Giro d’Italia – Il Passo Brocon e le dimensioni che contano

22/05/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Al Passo del Brocon l’ha sempre fregato il fisico. Troppo basso, 1.616 metri sul livello del mare, e troppo tozzo, 11, 13, 14 chilometri di strada per arrivare alla cima, per avere credibilità in un contesto di strade che si inerpicano oltre il duemila metri.

Chi dice che le apparenze non contano dice una cavolata, oppure mente sapendo di mentire. Il Passo del Brocon l’ha sempre fregato le apparenze. Per questo è stato ignorato a lungo, e quando il Giro d’Italia ha deciso di inserirlo lo ha sempre fatto con il ruolo di comprimario. abbastanza lontano dal traguardo.

E sì che di lui, del Passo del Brocon, si è detto subito un gran male, cioè un gran bene. Era il 3 giugno del 1955, il Passo del Brocon entrava nella geografia del Giro d’Italia. Primo in vetta il francese Jean Dotto (che poi vinse la tappa a Trento): “Una salita nemmeno troppo lunga, ma sfiancante. Anche se non ha le pendenze delle grandi salite dei Pirenei, arrivi in cima che sei completamente svuotato perché la strada non sale omogenea, le variazioni sono molto, e questo è il modo migliore per andare in crisi”.

Disse Gastone Nencini, secondo in vetta, settimo all’arrivo di Trento: “Ho fatto una faticaccia incredibile sul Brocon. Sulla guida del Giro mi sembrava una salita di secondo livello, invece mi sono dovuto ricredere. Il Brocon ti cucina le gambe”.

Un anno dopo, l’8 giugno del 1956, il Passo Brocon poteva ospitare l’arrivo della 21 tappa, quella che era partita da Merano e sarebbe dovuta concludersi sul Monte Bondone. Quel giorno pioveva e nevicava, c’era un freddo cane e i corridori avevano chiesto di interrompere la tappa già sul Passo Rolle. Niente da fare, disse il patron del Giro d’Italia Vincenzo Torriani, si va avanti. Chiesero di nuovo sul Passo Gobbera. La risposta fu la stessa.

Prima del Passo Brocon arrivò a Vincenzo Torriani la terza richiesta, il patron non si limitò a dire no, aggiunse: “Ma figuratevi se faccio finire la tappa sul Brocon, siamo al Giro d’Italia”.

La tappa non terminò sul Brocon. Proseguì verso Trento. Scriveva Ciro Verratti sul Corriere della Sera:

Abbiamo assistito a una piccola scena di disperazione di Agostino Coletto, prima di Trento. Egli era stato colpito dai crampi della fame, ma non poteva mangiare pur avendo le provviste nel sacco, perché le sue mani intirizzite, erano incapaci di tirar fuori il sacchetto dalla sua tasca posteriore. Ha dovuto fermarsi e pregare uno del pubblico di aiutarlo a tirar fuori un panino, a spezzarlo, a portargli il cibo alla bocca.

Così scrisse Orio Vergani sul Corriere della Sera il giorno dopo

È stata per tutti una corsa nel caos. Sotto i fulmini che scrosciavano sui ghiacciai e sulle foreste, le radio non funzionavano più, nessuno ha avuto più notizie, di quanto accadeva nelle retrovie della paurosa tregenda. I motociclisti, che parevano trasformati in palombari, non potevano più dominare, sotto la pioggia, sul fango, le loro macchine. Cadute, forature, abbandoni, chi sapeva più nulla? Sui due valichi maggiori del Costalunga e del Rolle la corsa si svolgeva in un cieco labirinto di nuvole. Gli autisti hanno fatto miracoli di audacia e sembrava che avessero il radar per evitare alberi e paracarri. Tutto il Giro, corridori e macchine e “suiveurs”, si è smaltato di fango. Un santo di cui non conosciamo il nome, ma che ringraziamo in questo taccuino, ha impedito incidenti luttuosi e ci ha permesso di andare, melanconici pellegrini, lungo l’interminabile “fronte dello strazio”. Ho visto piangere uomini ridotti a maschere di fango incrostato sulle palpebre dal vento. Ne ho visti cadere di piombo, come stecchiti, al margine della strada del toro forsennato calvario. Altri scendere dalle biciclette, mandando fioche grida, che imploravano un fuoco per riscaldarsi, una mano pietosa che massaggiasse i muscoli inchiodati dai crampi. Ne ho visti entrare in una casa e cadere svenuti sulle soglie, mentre le donne accorrevano pallidissime, a vedere lo spettacolo di festa trasformato in spettacolo di tragedia. Ne ho visti altri che imploravano di essere coperti con maglie nuove, che venivano denudati, massaggiati e rivestiti-sulla riva di un fosso e che quando volevano risalire sulla bicicletta, dopo due o tre colpi di pedale, crollavano come povere bestie sfinite. Ho visto un lugubre affanno di spettri: visi scavati come da un’orrida tisi improvvisa: occhi come folli, di chi aveva convulsamente ingoiato un bicchiere pietoso di grappa, nella speranza di riscaldarsi.

“Ma figuratevi se faccio finire la tappa sul Brocon”, non lo dirà Mauro Vegni, la diciassettesima tappa del Giro d’Italia 2024 finirà davvero sul Passo Brocon. Fortuna che scene del genere, di corridori quasi morti di freddo non ne vediamo, vedremo, più.

I tre versanti del Passo Brocon

La 17a tappa del Giro d’Italia arriva sul Passo Brocon

Qui trovate la guida a tutte le tappe del Giro d’Italia 2024

Qui invece la guida a tutti i protagonisti della corsa rosa.

Qui potete leggere tutte le altre fughe dal Giro