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Giro delle Fiandre 2024, I connotati di Mathieu van der Poel

La cima del Koppenberg, settantanove metri sul livello del mare, l’hanno raggiunto in bicicletta in tre: Mathieu van der Poel, Matteo Jorgenson, Mads Pedersen. Mancavano poco meno di 55 chilometri dall’arrivo, Mathieu van der Poel è passato per primo, soprattutto è stato il solo ad arrivare in cima con il suo viso o quanto meno un volto abbastanza riconoscibile, del tutto sovrapponibile a quello che siamo soliti vedere nelle interviste o nelle foto ricordo buoni per sponsor o celebrazioni varie ed eventuali. 

Il Koppenberg è una presa a male, una collinetta con un pavé infame, quindi magnifico, che indifferente – o forse inconsapevole – della pessima disposizione delle pietre, a un certo punto prende la tangente dalla solita curvosità della crosta terrestre e punta al cielo. Se l’ascesa è orribile con l’asciutto, è una dannazione con il bagnato, colpa della fanghiglia e delle pietre – povere pietre a cui attribuiscono la colpa di tutto – che tra acqua e pantano si trasformano in marmo saponato. 

Sul pavé la bravura di un corridore, sosteneva Patrick Sercu – uno che sulle pietre ci sapeva fare parecchio bene, ma che il suo meglio lo dava nei velodromi –, si vede nella “capacità di galleggiamento”, ossia nella abilità di essere potenti senza essere pesanti. È questo l’unico modo per evitare di dovere prestare attenzione alle condizioni climatiche”. 

Mathieu van der Poel ha un’ottima capacità di galleggiamento. Ed è un gran bel vedere osservarlo muoversi sulle pietre, anche, forse soprattutto, quando queste sono verticali, puntano al cielo quasi a voler lasciare i casini di questa terra, dare una nuova speranza. Molto pasquale tutto questo, molto pasquale il Fiandre nel suo complesso. 

Mathieu van der Poel ha levitato sulle pietre del Koppenberg, quasi non ci fosse gravità per lui, quasi non ci fosse fatica, o almeno fosse parecchio meno intensa dei suoi colleghi. Non era così, non poteva essere così, ma tant’è, la sensazione era quella. 

In cima al Koppenberg il Giro delle Fiandre era già deciso. Nessuna persona dotata di senno avrebbe mai scommesso in un finale diverso da quello sintetizzabile in un “van der Poel davanti e dietro, ma lontani e inoffensivi, tutti quanti”. Alla faccia di chi dice che non c’è gusto, e quindi competizione, negli assoli di alto chilometraggio. Non se la prende Mathieu van der Poel, il problema non è suo, il problema è dei criticoni: il ciclismo in questi anni e in queste corse ha solo dilatato il tempo del godimento, che ormai dura almeno un centinaio di chilometri. È successo anche oggi, basta vedere quando Mads Pedersen ha cercato di diventare solitudine: gli è andata male. Tant’è, con le botte che si è preso a metà settimana è già tanto che fosse in corsa, chiedere a Wout van Aert per conoscenza, rimasto a casa con una clavicola, lo sterno e un po’ di costole rotte

Mads Pedersen ha allungato la distanza della solitudine per disperazione, Mathieu van der Poel invece ha fatto i conti giusti. Senza Wout van Aert e Tadej Pogacar poteva seguire i suoi calcoli, rispettare il suo piano di gara. Una bottarella al secondo passaggio sul Oude Kwaremont, giusto per vedere l’effetto che fa, per osservare chi restava alla sua ruota, pochi, e chi no, i più. 

Poi il Koppenberg ha fatto il resto. Ha diviso chi doveva dividersi. Soprattutto ha cambiati connotati a tutti. 

A tutti meno che a Mathieu van der Poel. 

Il campione del mondo ha avuto rispetto per la maglietta che porta addosso, quella iridata, ha allontanato le nuvole per un attimo, dando vita nelle terre di Fiandra a un grande arcobaleno che ha unito il Koppenberg all’arrivo, fregandosene delle nubi cariche di pioggia che farcivano il cielo fiammingo. Il viso di Mathieu van der Poel ha attraversato i 210,8 chilometri mantenendo la sua fisionomia, il colore – ancora pallido – del suo viso e quello bianco e iridato della sua maglia. 

Dietro non è andata così. 

Non è andata così soprattutto per i favoriti per il podio della vigilia, sformati nel viso e infangati nel corpo. E così nel miscuglio e nello stravolgimento di zigomi e guance, ecco che il sorriso inaspettato di Luca Mozzato apparire dal nulla di un lungo inseguimento. Al gruppo buono, soprattutto a Dylan Teuns e Alberto Bettiol che a lungo hanno cullato sogni di podio, salvo poi perderli a qualche centinaio dalla linea d’arrivo. 

Così all’arrivo del Giro delle Fiandre 2024

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