Fiorenzo Magni e quell’amore chiamato Fiandre

Fiorenzo Magni e quell’amore chiamato Fiandre

02/04/2022 1 Di Giovanni Battistuzzi

La prima volta alla Ronde Fiorenzo Magni c’era finito per caso. Ma si innamorò a punto del pavé da non poter fare a meno di tornare. Il Giro delle Fiandre lo vinse tre volte. E uno in fila all’altro come mai nessuno né prima né dopo


Lo guardavano tutti con sospetto. Si domandavano cosa ci facesse lì, perché fosse venuto. Gli guardavano la pelata, gli scrutavano i polpacci e le cosce. E si domandavano chi fosse. Parlava strano, due parole in francese e il resto nella lingua dei minatori. Ma un minatore non era, nemmeno figlio di un minatore. Aveva un borsone fatto bene e a fianco una bicicletta italiana. I minatori e i figli dei minatori non avevano biciclette italiane e qualche cosa in francese, nel loro francese, lo spiccicavano. E poi si guardava attorno come a chiedersi che ci faccio qui. 

Forse se lo stava chiedendo davvero Fiorenzo Magni quel 18 aprile del 1948. Forse si stava chiedendo chi glielo avesse fatto fare a salire fino lassù. Se non c’era mai salito nessun italiano, almeno dall’Italia, a correre il Giro delle Fiandre un motivo ci sarà pur stato. O no? 

Certo Giulio Rossi e Pino Cerami quella gara l’avevano corsa e pure finita, ma il primo partendo dalla Marna facendosi chiamare Jules e il secondo dalle Ardenne. Emigranti. E non del pedale. Emigranti e basta, che la fame è brutta e in Italia c’era, checché ne dicano i nostalgici.

Fiorenzo Magni a Gent era arrivato il giorno prima della partenza. C’era finito per curiosità, per capire perché, giù a Bruxelles raccontavano con così tanta enfasi della magnificenza della Ronde. C’avrebbe mai pensato a salirci se non l’avessero chiamato per una serie di riunioni su pista pagate profumatamente. E in dollari per di più. Aveva passato una settimana in un velodromo, aveva messo in saccoccia l’equivalente di mezza stagione in Italia. Doveva tornarsene a casa il 18 aprile, poi gli comunicarono lo spostamento del treno: nuova partenza il 20 aprile. E così comprò un biglietto per Gent e si iscrisse a quella corsa che vale più di ogni altra, gli avevano detto.

Gent era piena di gente. Trovò una stanza per puro caso. E nemmeno di quelle ufficiali. Tre metri per due, un branda, un lavabo e un comò. Ci si metteva il cuoco quando era stanco o aveva litigato con la moglie. Per due sere sarebbe stata sua, il padrone della pensione si era impietosito, vedendolo alla ricerca disperata di un posto per dormire. D’altra parte era stato corridore anche lui. Cesar Debaets gli aveva dato l’unica stanza che aveva. Poi chiacchierò un po’ con lui. Gli disse che quella non era una corsa come tutte le altre, che era come entrare in una botte di birra e scivolare lungo un pendio. Gli disse che era corsa per fiamminghi, ché serve pelo sullo stomaco e predisposizione per pedalare sulle pietre, soprattutto quando sono in salita.

Gli augurò buona fortuna con la certezza che l’anno successivo non l’avrebbe rivisto. Italiani brava gente, ma mica sulle pietre.

L’indomani a vederlo tornare che non era ancora pomeriggio con la forcella rotta e con il sangue su spalle e ginocchia ne fu ancora più convinto. Quello, se ne sarebbe stato lontano, lontanissimo dalle Fiandre per il resto della sua vita.

Lo raccontò a tutti gli amici di quell’italiano con la fronte altissima che era venuto a correre la Ronde. Aveva scritto una lettera pure suo cugino che stava in America a godersi le badilate di soldi che si era fatto correndo le Sei giorni d’Oltreoceano. Immaginarono che stesse dicendo in giro balle mostruose sulle Fiandre, che avesse paragonato i fiamminghi a mostri o diavoli spaventosi.

Fu anche per questo che strabuzzò gli occhi e quasi gli cedettero le gambe nel rivederlo l’aprile successivo. Ma quello è pazzo? Talmente pazzo che si è portato pure il gregario. Roba da non crederci.

Cesar Debaets guardava Fiorenzo Magni e il toscano sorrideva, visto che mi ha riconosciuto? disse a Tino Ausenda.

La stanza ce l’ha? Le avevo detto di riservarmela, un anno fa. Ne basta una, ci adattiamo.

Il padrone della pensione era sempre più stupito. Certo che si ricordava che gli aveva chiesto di riservarla, ma era sicuro che non sarebbe venuto. Fortuna che una stanza c’era, anche la più bella di tutte, quella che ci faceva pure qualche Leopoldo in più.

Non pensavo di rivederla davvero, fece Debaets.

Aveva ragione, la Ronde non è una corsa come tutte le altre. Vincere qui sarebbe meraviglioso.

Vuole vincere?

Beh, sì. Uno non si fa due giorni di viaggio per perdere.

Debaets era sempre più sbigottito. L’italiano non solo era tornato, ma voleva pure vincere. Mah…

Chiamò un meccanico, uno di quelli bravi e veloci, uno dei suoi tempi. Certo era un po’ storto e a volte esagerava con la birra, ma era uno vecchia maniera, uno che una soluzione la trova sempre.

Il meccanico esaminò la bici, la trovò bella, ramata e Wilier, ma inadatta. Gli montò ruote più grosse e gli allargò un pelo le pinze del freno anteriore. Gli disse di prepararsi a sprintare che ormai Kwaremont, Kruisberg e Edelareberg non erano più sufficienti a fare corsa da solo, soprattutto con il sole e domani, guardò in direzione del mare, non piove di sicuro. E aggiunse: segui Briek Schotte, fai quello che fa lui perché lui è un campione.

Fiorenzo Magni seguì Briek Schotte, fece quello che fece lui, poi decise di fare come sapeva fare lui, ma mancavano duecento metri all’arrivo: accelerò e passò primo sotto lo striscione del traguardo.

Quell’italiano con la fronte altissima ce l’aveva davvero fatta.

Ti riservo la camera anche per il prossimo anno?, chiese Debaets.

Certo, la stessa che porta bene. E dai questo al signore delle bici, è un piccolo pensiero.

L’aveva mica presa bene Karel van Wijnendaele, il papà del Giro delle Fiandre, la vittoria di quel Magni, Fiorenzo. Per niente bene. E così decise di mettere mani alla sua creatura. Passò un’estate a perlustrare campagne e qualche settimana prima della Ronde edizione 1950 annunciò che a Kwaremont, Kruisberg e Edelareberg si sarebbero aggiunti i muri di Tiegemberg e quello di Geraardsbergen.

Debaets e il meccanico andarono in perlustrazione e quando Fiorenzo Magni arrivò gli dissero che le due salite erano toste, verticali, e che le la discesa dall’Edelareberg era in pessime condizioni. Magni sorrise, disse molto bene, è un’ottima notizia. E il giorno dopo, mentre le persone gli urlavano “è lui è lui è quello dell’anno prima” e lo applaudivano e gli gettavano baci, accelerò proprio su quella discesa. A ruota gli rimasero solo Briek Schotte, Louis Caput, Maurice Diot, André Maelbrancke, Eugène van Roosbroeck.

Sul Grammont – ora il Muur per antonomasia, allora al debutto assoluto nel percorso del Giro delle Fiandre – a ruota gli rimase solo Schotte, giù dal Muur neppure lui. Arrivò a Wetteren con due minuti e quindici secondi di vantaggio.

E la cosa piacque ancor meno a Karel van Wijnendaele. Una volta può essere, ma la seconda no. Mica per la corsa, sia chiaro, ma che sballa tutte le vendite del giornale questo italiano. Solo la pioggia poteva salvare la Ronde l’anno successivo. Che quello sarebbe sicuramente tornato, di questo era sicuro, ma mai aveva corso con il freddo. E con il freddo ci sanno correre solo i fiamminghi.

La pioggia e il freddo arrivarono. E qualche giorno prima di Fiorenzo Magni. Era dal 4 aprile che pioveva e nevicava, nevicava e pioveva e tirava un vento da nord mica simpatico.

Karel van Wijnendaele andò da Fiorenzo Magni alla partenza. Si congratulò con lui per i due anni precedenti. Gli disse che se avesse deciso di non correre lo avrebbe capito, che il tempo era quello che era e che forse per un italiano era troppo. Magni gli rispose sorridendo che si sarebbero visti al traguardo. E di preparare le coperte che avrebbe aspettato gli altri a lungo.

Cinque minuti dovette aspettare per vedere il secondo. Oltre dieci per salutare il terzo.

Aveva salutato tanti sul Kruisberg e i pochi che gli erano alle spalle sull’Edelareberg. Settanta chilometri da solo, un Grammont d’applausi tutto per lui.

Briek Schotte disse che “Fiorenzo Magni non è un corridore, ma un treno espresso no stop. Una volta partito si ferma solo al traguardo”. Schotte lo chiamava “de Locomotief”. Magni preferiva però Leone delle Fiandre. Glielo aveva attribuito il giornalista della Gazzetta dello Sport che l’aveva seguito al Fiandre del 1950.

Karel van Wijnendaele iniziò così il suo articolo: “Abbiamo ancora gli occhi per piangere”. Prima di dover ammettere che Fiorenzo Magni “è un Flandrien, un Flandrien meraviglioso“.