Giro d’Italia – De Marchi e Clarke, due buoni compagni di viaggio

Giro d’Italia – De Marchi e Clarke, due buoni compagni di viaggio

15/05/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Alessandro De Marchi e Simon Clarke sono animi affini, prendono il ciclismo alla stessa maniera, esplorazione e generosità, fuggire dal gruppo e, quando la ragion di squadra lo pretende, inseguimento dei fuggitivi. E forse, inconsciamente, un po’ soffrono quando devono mettersi davanti al gruppo a menare, perché sanno cosa vuol dire scappare, mollare il gruppo al suo destino per inseguire quella speranza flebile di farcela chiamata fuga. 

Alessandro De Marchi e Simon Clarke sono animi affini e spesso si trovano l’uno affianco all’altro, come bestie da catturare, e alle spalle una muta di cani rabbiosi aizzati contro loro da velocisti o capitani generici. È un ritrovarsi fugace, veloce, silenzioso, perché le parole non servono in certi casi, c’è da muovere i pedali, farlo in fretta e farlo assieme. E i loro movimenti sono perfettamente coordinati. 

Stanno bene assieme Alessandro De Marchi e Simon Clarke. Questione di esperienza comune, probabilmente, di ardore innocente, senz’altro, di sfrontatezza battagliera, sicuramente. 

Si sono ritrovati anche alla Tirreno-Adriatico quest’anno. E si sono trovati avanti a tutti anche a questo Giro d’Italia, in direzione Bocca della Selva, a spremere gambe ed energie quando il saliscendi era solo all’orizzonte e trionfava la pianura. Non poteva che andare così. Si cercheranno ancora. Hanno un motivo comune per farlo. Devono concludere bene quel pensiero stupendo iniziato un anno fa e finito sul lungomare di Napoli nel modo peggiore, fagocitati da un gruppo senza cuore e senza sentimento, come deve essere.

Devono farlo, perché, in fondo, “Due buoni compagni di viaggio / non dovrebbero lasciarsi mai / potranno scegliere imbarchi diversi / saranno sempre due marinai”. E chissà se uno dei due dirà, misteriosamente “’Sarà sempre tardi per me/ quando ritornerai’”. O se uno butterà “un soldino nel mare / lei lo guardò galleggiare / si dissero ciao per le scale / e la luce dell’alba da fuori / sembrò evaporare”. Almeno a dirla con Francesco De Gregori.