Giro d’Italia – Pellizzari e Pogacar, uomini e corridori

Giro d’Italia – Pellizzari e Pogacar, uomini e corridori

22/05/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

A vederli pedalare come vorremmo pedalare noi, senza mai riuscirci, a vederli scattare, attaccare, sprintare tappa dopo tappa, settimana dopo settimana; a vederli cadere e rialzarsi, pieni di botte e sangue, e rimettersi immediatamente a pedalare, incuranti di tutto, soprattutto del dolore; a vederli superare migliaia di metri di dislivello, scendere a rotta di collo discese che fanno venir vertigini anche a chi le vertigini non le ha, ci scordiamo spesso che i corridori sono uomini e ragazzi, sono soprattutto uomini e ragazzi. Ci dimentichiamo che vivono le nostre stesse paure e ambizioni, i nostri stessi rimpianti e insoddisfazioni. Che hanno i nostri stessi problemi, pregi e difetti, solo che più veloci, molto più veloci. 

Ci scordiamo soprattutto che anche loro sono stati ragazzi che guardavano il Giro d’Italia, il Tour de France, le grandi classiche e che sognavano di essere come quelli che correvano queste corse, di assomigliare, almeno un poco, ai campioni dei quali avevano il poster in camera. 

Fortuna che il ciclismo ha la capacità di essere semplice, non nella fatica sia chiaro, ma nel parlarci, nel dimostrarci la sua umanità, nel ricordarci quanto il pedalare sia anche, forse soprattutto, sentimento

Lo abbiamo visto ieri negli occhi lucidi di gioia e incredulità di Giulio Pellizzari, capace di stare qualche centinaia di metri a ruota di Tadej Pogacar, e in questo Giro d’Italia non è scontato, soprattutto di “levare di dosso” la maglia rosa allo sloveno. A Tadej Pogacar aveva chiesto gli occhiali per il fratello – “mio fratello mi ha detto ‘trova il modo di prendere gli occhiali di Pogacar’, così sono andato da lui e glieli ho chiesti” – lui gli ha donato anche il simbolo del primato. Si sono abbracciati: “Auguro a Tadej tutto il meglio, è un grande, è il migliore della storia”, ha detto

Era stupito Giulio Pellizzari, davanti a sé aveva il suo idolo (colui che superò Chris Froome), quello che era andato a vedere alla Strade Bianche, quello che sogna di diventare o quantomeno avvicinarsi. Aveva quella maglia rosa in mano e i lucciconi negli occhi, una felicità totale, assoluta, ben maggiore che per il risultato ottenuto, secondo dietro solo a Tadej Pogacar e davanti a Daniel Felipe Martinez.

Lo abbiamo visto domenica a Livigno, nel dopo tappa, o meglio l’abbiamo sentito nelle parole di Tadej Pogacar: “Quando ero piccolo guardavo Froome e Quintana in televisione scontrarsi tra loro. Ma attaccavano sempre troppo vicino al traguardo e quindi ero veramente arrabbiato perché non partiva da più lontano!”. C’era ammirazione per Nairo Quintana, per quello che ha fatto, soprattutto per come l’ha spronato a non seguirlo, a fare di testa sua, ossia attaccare, attaccare sempre. 

E lo vediamo in ogni tappa di montagna, in ogni salita in Tadej Pogacar, nel suo sorriso, quello di chi è consapevole di stare facendo, e per giunta molto bene, esattamente ciò che vuole fare, ossia cosa c’è di più bello: pedalare