Giro d’Italia, Tadej Pogacar basta

Giro d’Italia, Tadej Pogacar basta

20/05/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Quando a quindici chilometri dall’arrivo del Mottolino, quindicesima tappa del Giro d’Italia, Tadej Pogacar si è alzato sui pedali ed è scattato, Geraint Thomas l’ha guardato come a dire: vabbé, è andato, pensavo attaccasse prima. Solo Daniel Felipe Martinez ha provato a inseguirlo. Gli è andata male.

Il colombiano pedalava violentemente, alla maniera degli scatti degli scalatori di un tempo, Tadej Pogacar no, era composto in sella, scintillante nella sua maglia rosa, leggero come una notizia lieta.

Lo sloveno in quindici chilometri ha recuperato otto corridori, oltre due minuti e mezzo a Nairo Quintana e ne ha rifilati due e cinquanta a Daniel Felipe Martinez e Geraint Thomas, i due che gli stanno meno lontani in classifica: 6’41” per il gallese, 6’56” per il colombiano.

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Era la prima tappa di alta montagna del Giro d’Italia, oltre 5.500 metri di dislivello che andavano scalati, e con il Passo del Mortirolo di mezzo (anche se dal lato meno nobile, ma non se ne è accorto nessuno), a dividere in due la tappa.

È andata a finire con una dimostrazione di superiorità assoluta capace di sbarazzare ogni dubbio su come andrà a finire questo Giro d’Italia. Non che ce ne fossero a dire il vero. Soprattutto di rendere lontani, piccoli e ininfluenti tutti i suoi avversari. Come fossero corridori da poco. E Geraint Thomas, Daniel Felipe Martinez, Romain Bardet, Ben O’Connor ecc., non sono corridori da poco.

Tadej Pogacar ha reso il Passo di Foscagno e l’ascesa prima al Passo d’Eira e poi al Mottolino una questione privata, una corsa tra lui e le montagne, annullando tutto e tutti quelli che aveva attorno.

Dicono che il ciclismo dà il meglio nella sfida di coppia, e probabilmente è davvero così: ci ricordiamo i duelli tra Pogacar e Jonas Vingegaard tra le vette pirenaiche e alpine. Eppure non serviva altro a questo Giro d’Italia se non la solitudine della maglia rosa, il suo incedere elegante, assolutistico, vorace.

In quell’uomo solo al comando, in quella della maglia rosa che allungava con apparente semplicità sotto lo sguardo affannato e un filo rassegnato del suo rivale più prossimo, Geraint Thomas, c’era tutto quello di cui il Giro d’Italia aveva bisogno.


C’era qualcosa di magnetico, c’è sempre qualcosa di magnetico, in Tadej Pogacar. La constatazione che il ciclismo può essere qualcosa di diverso dall’attesa, dal controllo, dalla battaglia tra uomini.

Qualcosa che, paradossalmente, avvicina il ciclismo alla nostra condizione di pedalatori per passione. C’è in lui un divertimento assoluto, il sorriso che vediamo osservandoci e osservando chi ci sta attorno. Soprattutto il gusto di godersi tutte le pedalate, quasi non ci fosse davanti a lui un traguardo da oltrepassare per primo.

È tutto questo certamente una sensazione, una percezione, qualcosa che si scontra con la realtà, perché a Tadej quello striscione d’arrivo interessa, forse gli interessa più di qualsiasi altra cosa. Eppure il ciclismo di Tadej Pogacar è leggero per spirito, come il nostro di pedalatori per passione. Lo è anche nei fatti, nel muovere i pedali – al contrario del nostro -, nelle salite e nelle cronometro, l’evidenza che il pedalare è movimento semplice, qualcosa di “dannatamente” naturale. Lo vediamo nel suo incedere questa naturalezza. E questa naturalezza è sublimazione del gesto, è rapimento, il motivo per il quale, in fondo, questo Giro d’Italia non ha bisogno dell’antagonista.

Anche perché veniamo da edizioni con tanti antagonisti e nessun protagonista. Osservare il ribaltamento totale non può che fare piacere.