Il Giro cancella l’Umbrailpass. Abbiamo bisogno di corridori non di martiri

Il Giro cancella l’Umbrailpass. Abbiamo bisogno di corridori non di martiri

21/05/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Abbiamo bisogno di scatti e fughe, di inseguimenti e volate, di corse, scalate e discese, di corridori, non di eroi, tantomeno di martiri. I corridori al Giro d’Italia non scaleranno l’Umbrailpass, o Giogo di Santa Maria che dir si voglia. A Livigno piove e fa freddo, verso il passo piove e fa freddo, in cima c’e nevischio. I corridori hanno chiesto di non farlo, non lo faranno. La partenza della sedicesima tappa sarà data a Spondigna.

Abbiamo bisogno di salite, grandi salite, certo, ma di sensati rischi. E affrontare l’Umbrailpass non era un sensato rischio. E non lo era perché dalla cima all’arrivo ci sarebbero stati oltre centocinquanta chilometri, e tra la fine della discesa e l’inizio di quella successiva la val d’Adige da Glorenza a Bolzano, ossia poco più di una novantina di chilometri.

Certo è triste non poter assistere a una salita di oltre sedici chilometri con la vetta a quasi 2.500 metri sul livello del mare, sarebbe stato eccitante vedere i corridori cercare di infuturarsi verso l’arrivo, fuggire dal gruppo per inseguire un finale diverso da quello che è facile aspettarsi: Tadej Pogacar davanti a tutti. Eppure, va detto, lo Stelvio, o l’Umbrailpass, era più che un atto di vanità che il Giro d’Italia si era voluto concedere che una reale occasione di sconvolgere la corsa.

Poteva essere gestita meglio la questione? Forse sì. Dicono che le previsioni fosse chiare da domenica. Il che è vero, ma non del tutto. In montagna la possibilità di cambio del tempo è molto più alta che altrove, e, come confermato a Girodiruota dal servizio metereologico dell’Aeronautica militare, “era impossibile essere certi domenica o lunedì delle condizioni meteo per oggi. Il moto dei sistemi nuvolosi era complicato e le variabili molteplici: per questo il margine d’errore era ampissimo”.

Si poteva scegliere un altro percorso? Certo, ma a patto di allungare notevolmente la tappa e questo doveva essere discusso con i corridori. Un piano B e C c’era, ma, come ammesso da fonti interne al Giro era oltremodo complicato metterlo in pratica.

Serviva ragionare con realismo, è stato fatto. E in montagna realismo e buon senso è tutto ciò che serve, sia si scelga di camminarci in montagna, sia si scelga di andarci in bicicletta.

Era estate quando ho fatto lo Stelvio qualche anno fa. Ero partito da Valles, il termometro segnava 28 gradi, il cielo era sereno. In cima al passo, diverse ore dopo – amo il pedalare lento, mi piace gustarmi strada, fatica e paesaggi –, il termometro segnava sei gradi. Mi buttai in discesa ben bardato, con materiale tecnico di ottima fattura. Non scesi verso Bormio ma verso la Svizzera per tornare a Valles. Sull’Umbrailpass il termometro segnava cinque gradi e aveva iniziato a piovviginare. Avevo le mani congelate. Verso Müstair mi fermai, perché non avevo ripreso completa sensibilità. E non feci la discesa a tutta.

Valeva la pena costringere i corridori a tutto questo prima di una novantina di chilometri di val d’Adige?

Riproporre le immagini del Passo di Gavia del 1988 o i ricordi e racconti della tappa del Bondone del Giro d’Italia 1957 ha davvero senso? In quel 5 giugno 1988 ricordo una frase di Pedro Delgado: “Scendendo dal Gavia ho pensato alla mia famiglia, avrei voluto chiamare tutte le persone a cui ho voluto bene e salutarli. Non ero certo di raggiungere Bormio vivo”.