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Giulio Ciccone ha imparato a concedersi tempo

Volta a Catalunya 2023 Giulio Ciccone

Foto tratta dal profilo Twitter della @TrekSegafredo

Fino a pochi mesi fa Giulio Ciccone era un buon corridore, uno che in salita che ci sapeva fare, e pure bene, ma che aveva parecchi difetti e una capacità incredibile a fare la cosa sbagliata nel momento sbagliato e pure nel momento giusto. Nel ciclismo contano le gambe, la capacità di soffrire, ma anche la furbizia tattica. Nessuno metteva in dubbio il talento di Giulio Ciccone, ma con una certa sufficienza veniva ormai considerato come uno buono per attaccare, per pensare soltanto ai traguardi di giornata. Il problema era quel soltanto. Sembra una colpa vivere alla giornata in una corsa a tappe, soprattutto in Italia. Qui da noi il ciclismo ha un problema di iper-considerazione della classifica generale, spesso sembra esistere solo quella e tutto il resto non contare nulla: come se fosse facile andare in cerca giorno dopo giorno della fuga giusta, alimentarla e portarla al termine. E anche quando arriva al traguardo è quasi sempre demerito del gruppo.

Giulio Ciccone a far conti di classifica per ora non c’è mai riuscito granché: al massimo ha raccolto un sedicesimo posto al Giro d’Italia del 2019. Eppure s’è preso qualche ottima soddisfazione nei grandi giri in salita: tre tappe vinte al Giro e una maglia di miglior scalatore (sempre nel 2019), due giorni in maglia gialla al Tour de France. C’è gente che è stata applaudita di più per aver vinto di meno.

E non c’è mai riuscito a far conti di classifica perché anno dopo anno, giorno dopo giorno, gli si vedeva una voglia matta di attaccare, di mettere tutti in fila, di staccarli. Bramava la solitudine, Giulio Ciccone. Perché è in fondo questo che spinge uno scalatore, che fa credere loro che ci sia sempre, in fondo in fondo, una possibilità almeno di staccare quelli che vanno forte dappertutto: rimanere da solo in quell’ambiente che hanno eletto come terreno d’azione privilegiato. Restare da soli perché uno scalatore sente di meritarsela la solitudine, quantomeno per tutto l’amore che hanno concesso alla montagna.

Giulio Ciccone ogni tanto scattava presto, perché ogni scalatore ha l’idea, parecchio estemporanea, di rivoluzionare la corsa. Sono sempre riottosi quelli che in bicicletta scelgono la montagna, almeno sui pedali. Ovviamente se non si è Tadej Pogacar è difficile che la rivolta riesca. Giulio Ciccone non è Tadej Pogacar, ma non è l’ultimo degli incapaci.

Giulio Ciccone ogni tanto aspettava, si tratteneva, poi scattava. Anche lì però o sbagliava il momento sia per tempismo che per pendenza. E quando scattava, lo faceva che era già consumato dalla voglia di scattare che ne aveva esaurito metro dopo metro le risorse energetiche mentali.

Finiva spesso male insomma. Almeno quando era nel gruppo giusto, quello di quelli che si giocavano la classifica. Perché quando era libero dal giogo del tempo Giulio Ciccone tornava a divertirsi e l’ansia non lo assaliva come lo assaliva quando era in gruppo.

Oggi in gruppo quel Giulio Ciccone sembra essere scomparso. Ce ne è un altro che sembra impassibile (è riuscito a rimanere abbastanza calmo – ha salvato in corner una bestemmia – anche quando alla Tirreno-Adriatico un’automobile dell’organizzazione l’ha urtato), che non freme più dalla voglia di attaccare, che sa guardarsi attorno, valutare chi sta bene e chi meno e decidere chi seguire. L’ha fatto alla Volta a la Comunitat Valenciana; l’ha rifatto alla Tirreno-Adriatico. L’ha riproposto oggi alla Volta ciclista a Catalunya battendo allo sprint Primoz Roglic e Remco Evenepoel in cima al Vallter.

Giulio Ciccone ha imparato a concedersi tempo, che poi è la cosa più difficile da fare, darsi tempo. Quello che, a volte, segna il passaggio tra l’età adolescenziale, o post adolescenziale, e l’età adulta.

Giulio Ciccone ha ventotto anni. C’era un tempo nel quale si diceva che un corridore a ventotto anni era pronto per sfruttare a pieno le proprie doti migliori perché maturava la giusta consapevolezza di sé. In un’epoca nel quale a ventidue/ventitré si è giù corridori fatti e che nella quale il tutto e subito sembra essere diventata la regola, forse l’idea che possa servire più tempo per trovare la propria dimensione è diventata fuori moda. Forse. L’Italia però è un mondo ciclistico a parte, dove ancora il ciclismo pedala a velocità diversa. Basta confrontare le gare under 23 nostrane con quelle estere: si corre di meno e meno veloce.

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