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L’effetto che fanno pioggia e grandine sulla Vuelta 2026

grandine Vuelta

Essere ancora alle prese con città nelle quali caldo e afa la fanno da padrone confonde. E rende ingenerosi. E così fa venire quasi voglia di essere nei panni dei corridori della Vuelta 2026, bagnati fradici di pioggia e assaliti dal frescolino, anzi dal freddino pirenaico nel sud della Francia. Non si brilla per lucidità a fine agosto. Non c’è nulla da invidiare ai corridori, presi a sberloni prima dalla pioggia e poi a pugni dalla grandine nel loro incedere verso Aude a Font-Romeu nel corso della terza tappa della corsa spagnola che al momento si muove in territorio francese. Eppure è venuta voglia di stare lì, prendere il loro posto, fuggire dal caldo per un po’ (troppo) di fresco.

Il cielo ha punito la nostra bramosia di pioggia. Ha scaricato sulle schiene dei corridori palline di ghiaccio, li ha costretti prima a soffrire poi a trovare un riparo. Tadej Pogačar ha preso il posto dell’organizzazione, ha deciso prima degli altri che non era il caso di continuare a pedalare su strade che stavano imbiancandosi di grandine. E così ha mandato il gruppo fuori strada verso un riparo.

Lesa maestà? Ammutinamento? Non esageriamo. Buon senso. Il ciclismo non ha bisogno di eroi e di martiri. Ha bisogno di corridori, magari in salute. E i corridori non sono piangina che frignano per ogni cosa. Hanno deciso che era il caso di ripararsi, di non continuare a essere presi a pallettoni dall’alto. L’organizzazione poteva agire prima, ha preferito temporeggiare. Si può temporeggiare sotto il tettuccio di una automobile o davanti a uno schermo. Un po’ meno quando si pedala o si è in moto con una telecamera per riprendere la corsa. La tappa è stata sospesa, poi, dopo poco, annullata per condizioni avverse. Forse si poteva aspettare un po’, vedere che accadeva. Forse. Il meteo non dava però segni di gran miglioramento.

Non è fortunata la Vuelta in questi ultimi anni. Un anno fa le proteste anti Israel a bloccare e a mettere in pericolo i corridori. Quest’anno la grandine. E per di più senza un Mauro Vegni a cui dare la colpa di ogni cosa.

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