I velodromi di Dominique Forlini
17/10/2024Dominique Forlini fu uno dei più grandi interpreti dell’Americana negli anni Cinquanta. Un ricordo a dieci anni dalla morte
Quello che chiamavano Minique in realtà si chiamava Dominique Forlini, pronunciato Forlinì. Avrebbe potuto chiamarsi Domenico, come da tradizione familiare, ma visto che era nato a Parigi, perché lì i suoi genitori erano andati a parare per mettere assieme il pranzo con la cena, avevano preferito francesizzare il nome che magari almeno lui poteva risparmiarsi una vita da macaronì.
Dominique Forlini aveva il fisico forzuto di chi ha avuto alle spalle generazioni e generazioni di contadini e tagliaboschi della Val Nure e il viso appenninico, ma bello e affascinante. A tal punto che a lungo si narrò che Jacques Anquetil non lo volle in squadra perché temeva l’effetto che quel ragazzone che parlava il francese con accento italiano poteva avere sulle donne. I dongiovanni hanno sempre paura dei possibili rivali. E nulla importava che Dominique Forlini non fosse un farfallone, la sua sola presenza, si narrava, metteva il campione sull’allerta.
Quello che chiamavano Minique in realtà si chiamava Dominique Forlini ed era un signor corridore. Uno di quelli che sono duri a morire, che non mollano mai, uno che si faceva decine e decine di chilometri a tutta senza problemi. Era veloce, ma non velocista, se vinceva allo sprint, e qualche volta è accaduto, ci riusciva perché accelerava a mezzo chilometro dall’arrivo e nessuno riusciva a stargli dietro.
Tipo quella volta al Tour de France. Era il 13 luglio del 1954, era la sesta tappa, la Saint-Brieuc – Brest, 179 chilometri. Lui accelerò a mezzo chilometro dall’arrivo e nessuno riuscì a tenergli la ruota. E tutti corridori di grande livello: secondo Hugo Koblet, terzo Ferdinand Kübler.
Dicevano che Dominique Forlini avrebbe potuto vincere molto di più, avrebbe potuto essere un ottimo velocista. Non fu così perché quando c’era tanta gente attorno lui tirava il freno. Quando lo poteva tirare. Perché quando il freno non c’era lui si trasformava, non ci pensava, diventava funambolo.
Patrick Sercu, uno dei più grandi seigiornisti della storia del ciclismo, disse che “ho visto tanta gente correre ai velodromi. A qualcuno avrei ‘rubato’ volentieri lo spunto, a qualcuno la resistenza. A Rik van Steenbergen la completezza, perché era il più forte, a Dominique Forlinì la capacità di leggere le corse nei velodromi”.
Il corridore timoroso di entrare nella confusione delle volate su strada, nei velodromi si trasformava. Soprattutto nelle Sei giorni (qui c’è una scheda per capire cos’è una Sei giorni). Ne corse una sessantina, ne vinse quattro. Quella di Berlino del 1954 con Émile Carrara, quella di Bruxelles del 1954, quella di Francoforte del 1955 e quella di Copenaghen del 1956, tutte e tre assieme a Georges Senfftleben. Fu proprio Sneff, uno dei migliori interpreti della velocità del ciclismo francese, che disse che “Dominique ha il rarissimo dono di capire prima di tutti cosa sta per accadere in corsa”. Divennero una delle coppie più forte dell’Americana (se non sapete cos’è l’Americana e la Velocità qui trovate tutto spiegato per bene).
Riuscirono a battere Armin von Büren e Hugo Koblet – e all’epoca era tutt’altro che facile – per quattro volte di fila tra il dicembre del 1955 e il febbraio del 1956. Al Vel d’Hiv si tennero dietro Nando Terruzzi e Reginald Arnold, favoritissimi la vigilia. E in coppia con Nando Terruzzi vinse nel 1954 il Prix du Salon d’américaine al Vel d’Hiv, che era il Mondiale dell’Americana, visto che l’Americana non veniva corsa nelle rassegne iridate su pista. Quel giorno a vedere la gara sui cento chilometri c’erano 22mila persone, cinquemila in più dei 17mila posti di capienza massima del velodromo parigino.
Dominique Forlini è morto il 17 ottobre del 2014, dieci anni fa, a Sevres, in Francia.


grazie della memoria Giovanni, le tue storie fanno sempre venir voglia di prendere e andare in bici