Il cambio di prospettiva di Giulio Pellizzari al Giro d’Italia

Il cambio di prospettiva di Giulio Pellizzari al Giro d’Italia

27/05/2025 0 Di Giovanni Battistuzzi

Giulio Pellizzari a questo Giro d’Italia era partito gregario, si è ritrovato liberto. E in una salita ha ribaltato la sua prospettiva ciclistica

L’apprendistato gregario di Giulio Pellizzari al Giro d’Italia è durato 2.512 chilometri. Si è interrotto al 95esimo chilometro della sedicesima tappa della corsa rosa, esattamente nel momento in cui Primoz Roglic è sceso di sella per accomodarsi in ammiraglia.

Sono stati 2.512 chilometri leali e difficili, nei quali convinzione e scetticismo si sono alternati, a volte scontrati, ma pedalati con lo spirito di chi in corsa non doveva esserci ed era grato soprattutto di esserci. Nonostante tutto. Perché era da giorni che Giulio Pellizzari aveva capito che quel ruolo di prestigio, quello di essere l’ultima ruota sulla quale poteva contare Primoz Roglic, iniziava a sembrargli una pietanza prelibata posta al centro di una tagliola. E questo perché il suo capitano andava piano. Che fosse per le botte prese, per una condizione meno buona del preventivato, per gli anni che inesorabilmente si sommano non aveva importanza. Andava piano. Più piano degli altri uomini che ambivano alla maglia rosa. Soprattutto più piano di lui.

Giulio Pellizzari però è rimasto sulle sue, sempre vicino allo sloveno, perché in fondo era al Giro d’Italia per questo. In fondo sperava in una redenzione di Primoz Roglic, in un suo prodigioso recupero. Perché Primoz Roglic è uomo capace di rialzarsi anche dopo le cadute più dure, ha la tempra del campione, la testa dura dell’uomo da grandi giri.

Non è andata così questa volta. Lo sloveno è caduto ancora una volta. E quando alle botte si sommano nuove botte, il dolore e l’insofferenza crescono in modo esponenziale.

Ci fosse stato ancora in corsa Jay Hindley, probabilmente Giulio Pellizzari si sarebbe messo al suo servizio. Perché l’apprendistato di gregario è questione lunga da cui non ci si divincola in un amen. Jay Hindley però se ne era tornato a casa prima di Napoli. E allora l’ammiraglia ha dato il via libera al corridore italiano.

Prima della salita del Passo di Santa Barbara, Giulio Pellizzari è stato inquadrato dalle telecamere. Aveva uno sguardo concentrato e un volto malinconico che a vederlo traspariva un sincero rammarico per quello che era successo una cinquantina di chilometri prima.

Ha sofferto Giulio Pellizzari nei primi chilometri del Santa Barbara, non è semplice cambiare in pochi chilometri la prospettiva di un Giro d’Italia.

Poi, più o meno lì dove Wladimir Belli accarezzò con un pugno il volto di un tifoso di Gibo Simoni, il suo volto si è rilassato, la sua pedalata si è sciolta. Una pedalata dopo l’altra ha risalito il gruppo.

E così sulla salita che portava a San Valentino, Giulio Pellizzari ha deciso di dare un senso alla sua nuova dimensione di liberto. Ha attaccato, più un allungo che uno scatto, perché scattare non serviva, sapeva benissimo che lo consideravano poco o niente, che non dava fastidio a nessuno per la classifica generale.

A 21 anni si ha la voglia di spaccare il mondo, Giulio Pellizzari però ha dimostrato che si può spaccare il mondo solo se si lavora anche di testa. Gli eccessi di gioventù di un Giro fa, come la tentata vicinanza a Tadej Pogacar andata a male, gli sono serviti. Serve testa per correggere velocemente i piccoli errori. Giulio Pellizzari ha dimostrato di averla. Soprattutto quando non si è affannato a non farsi prendere da Richard Carapaz. Ha rallentato dolcemente, ha favorito il suo rientro, si è messo a ruota, ha tirato il fiato, ha tratto beneficio dal lavoro dell’ecuadoriano.

Poi è ripartito, ha mollato Carapaz al suo incedere dondolante. Non è riuscito a vedere l’arrivo mano nella mano di Christian Scaroni e Lorenzo Fortunato, ma ci è arrivato più vicino di altri.

Il nuovo Giro d’Italia di Giulio Pellizzari è iniziato oggi, al 95esimo chilometro della sedicesima tappa del Giro d’Italia. Sarà una corsa a tappe di una settimana, con un sacco di salite e quattro minuti da recuperare sulla maglia rosa. Difficile arrivarci a pari, non impossibile avvicinarsi.