Il peso di David Gaudu

Il peso di David Gaudu

04/04/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

I periodi nei quali sembra andare tutto storto possono capitare. Gli sciocchi li attribuiscono agli astri, a congiunzioni di pianeti che per chissà quale motivo hanno interesse a quello che accade in un microbo di pianeta in un microbo di universo. Altri alla sfortuna, o a cose simili, a cui appellarsi senza sapere bene di cosa si stia parlando veramente. Perché gli eventi avversi accadano non è facile spiegarli, e ancor meno perché possano mettersi in fila l’uno dietro l’altro, ma sarebbe il caso di prendere quantomeno in considerazione l’ipotesi che un minimo di responsabilità ce l’abbia chi questi eventi avversi li subisce. 

A terra prima o poi ci si finisce tutti, ci si finisce di più quando c’è qualcosa che non va, quando non ci si sente sicuri di quello che si fa, quando si è meno attenti di quanto si dovrebbe essere o si ha il fiato più corto e la fatica percepita è maggiore. 

È la gravità che ci butta a terra. Questo sempre. È il peso a rendere più veloce la caduta. E non è solo una questione di fisica. Il peso può non esprimersi solo in grammi o chili o tonnellate. C’è un altro peso a contare in bicicletta, quello che si ha nella testa, quello che confonde, che dilata o ristringe problemi e orizzonti. 

David Gaudu, non solo David Gaudu, a terra ci finisce spesso. È accaduto, solo quest’anno, all’inizio di febbraio nella ricognizione prima della cronometro della O Gran Camiño. È riaccaduto alla Parigi-Nizza, questa volta per un errore banale, la giacchetta che rimane impigliata nel manubrio e patapum. Martedì nel finale della seconda tappa del Giro dei Paesi Baschi un’altra caduta: dieci punti di sutura a una mano e adieu alla corsa. Succede. 

È da un po’ di tempo che però, per un motivo o per l’altro, accadono fatti avversi al francese. Se non è una caduta è un inaspettato problema fisico e quando non è un inaspettato problema fisico è un calo altrettanto inaspettato di condizione. 

Un anno fa, tra Parigi-Nizza e Giro dei Paesi Baschi, David Gaudu sembrava pronto a competere per le primissime posizioni nei grandi giri. Pedalava che era una meraviglia il francese, in salita era quello che riusciva a stare quantomeno nella scia di Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard

Poi qualcosa è cambiato. Cosa sia cambiato non è però semplice capirlo. 

Quel qualcosa però ha a che fare con le responsabilità, perché quel qualcosa è arrivato in un momento preciso, ossia quando la Francia, la Groupama – FDJ e il ciclismo in generale ha davvero compreso che il 2023 sarebbe stato davvero l’ultimo anno in gruppo di Thibaut Pinot

Era il Giro d’Italia e al di là delle Alpi si celebrava il primo adieu in corsa del corridore francese. E parallelamente a questo si è iniziato a fantasticare sulle magnifiche sorti di chi avrebbe dovuto fare meglio del grande ambasciatore delle speranze francesi nei grandi giri. Non che qualcuno fosse davvero convinto che David Gaudu potesse nelle tre settimane fare meglio di Jonas Vingegaard e Tadej Pogacar, ma un posto lì accanto a loro sul podio finale del Tour de France quello sì che era possibile. 

David Gaudu all’arrivo della 4a tappa della Paris-Nice 2023 (foto Aurelien Vialatte per A.S.O.)

Scriveva il Monde: “Ora Gaudu deve prendersi la Francia sulle spalle e portarla in alto”. Scriveva il Figaro: “Stiamo vedendo le ultime pedalate italiane di Pinot, vedremo anche le sue ultime pedalate francesi. E mentre accade questo Gaudu deve prendere in mano la sua carriera e portarla baldanzosa a Parigi nel migliore dei modi”. 

David Gaudu ha detto all’Equipe che “Thibaut non è mai stato per me un’ombra. Con lui sono sempre andato molto d’accordo. Quando sono arrivato in squadra mi ha accolto come se fossi al suo livello, non potevo chiedere accoglienza migliore. Non sono mai stato geloso né di lui né per le attenzioni che aveva”. 

A volte basta una piccola bolla d’aria per fare crollare anche il più meraviglioso affresco. La piccola bolla d’aria crea una crepa, che si espande si espande si espande e lo fa crollare a pezzi. 

Le gambe di David Gaudu si sono ritrovate improvvisamente stanche, meno toniche, senz’altro inadeguate a portare “la Francia in alto”. Il Tour de France l’ha chiuso in nona posizione con qualche giorno storto di troppo. Poi è quasi sparito dalle prime posizioni, anche in salita. 

In inverno ha lasciato la sua Bretagna, è sceso al sud, a Mentone, buon luogo per gli allenamenti, posto parecchio più caldo di Landivisiau. 

All’Equipe ha confidato di aver passato “uno dei miei inverni migliori. Un’uscita di quattro ore in Bretagna a tre gradi senza sole o quattro ore di sole splendente al sud… È giorno e notte. E non pensavo al ciclismo”. E aggiunge: “Ho scoperto una nuova passione per la pesca. Nei giorni liberi, invece di annoiarmi sui social, guardando il cellulare, sto molto meglio sul mio scoglio, anche se pesco poco. Ho sempre desiderato avere una barca e mi sono ritrovato a voler pescare. All’inizio ci scherzavo su con la mia ragazza, poi però mi sono convinto davvero a prenderla. E così ho iniziato a pescare sulla barca in mezzo al mare, a volte invece sto seduto tre ore sul mio scoglio con l’esca davanti e non ci penso ad altro”. 

David Gaudu non è mai stato una persona banale, nemmeno un corridore banale. Giù dalla bicicletta è riuscito a trovare quel nuovo equilibrio che ancora non è riuscito a trovare in bicicletta. Giù dalla bicicletta è riuscito a togliersi quel peso, il peso di non poter deludere le aspettative, ossia quell’angoscia che a volte ci piglia senza che ce ne accorgiamo, che se ne sta cheto a martellarci dentro fino a farci crollare. 

“Quando ero giovane ero un cane rabbioso, con un temperamento aggressivo. Ho continuato a essere così finché non mi è rimasto più nulla, davvero nulla. Il mio temperamento nel profondo si è calmato un po’ con il tempo, le grandi corse lo hanno calmato un po’. Quando sono al cento per cento, non ho paura di provarci, basta vedere la Parigi-Nizza di un anno fa. E quando non vado è perché semplicemente non posso fare meglio”. 

David Gaudu aveva uno spirito indomito, parla di età che avanza, di esperienze che lo hanno reso diverso, più consapevole, dice che “se inavvertitamente ho deluso le persone è stato solo perché ero in corsa fisicamente, senza esserci mentalmente. Ero forte ma non abbastanza forte”. 

C’è stato un momento nel quale David Gaudu era lì a un passo da Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard in salita. Saliva leggero e aggressivo sulla sua bicicletta, aveva uno sguardo imperturbabile e non gliene fregava niente di compiacere nessun altro che se stesso. A volte basta solo ritrovare il menefreghismo, abbracciare l’idea che i risultati sono una delle componenti della bicicletta e forse la meno importante, per riuscire a staccare l’ansia che ci si è attaccata addosso. E togliersi così quel peso che prima o poi accelera la gravità e ci butta a terra.