Il volo all’inferno di Joseba Beloki al Tour de France

Il volo all’inferno di Joseba Beloki al Tour de France

14/07/2023 0 Di Giovanni Battistuzzi

Sono passati 20 anni dal 14 luglio 2003, dal giorno di quel giro per campi gialli di Lance Armstrong, dal giorno nel quale la carriera di Joseba Beloki al Tour de France prese una piega che non doveva prendere.

C’era la discesa della Côte de la Rochette da affrontare, c’era da prendersi dei rischi per cercare di guadagnare qualcosa, perché qualcosa si poteva guadagnare su discese così, in giorni così, caldissimi, di quelli che cucinano gambe e resistenze, che si vorrebbe essere altrove, al mare, a pensare soltanto ai ciclisti dentro le biglie. C’era un’asfalto che soffriva, che sudava come sudavano i corridori. Fu un attimo, un patatrac, immagini che è difficile dimenticare.

Il racconto di quel giorno, di quel 14 luglio 2003, vent’anni fa, è presente in “Lance deve morire“, romanzo che trovate in libreria (e pure qui se vi viene più facile, se uscire è un problema, se fa troppo caldo o le librerie sono troppo lontane) e che racconta, in un modo o nell’altro, quelli anni che non esistono più, quelli delle vittorie al Tour de France di Lance Armstrong che non esistono nell’albo d’oro della Grande Boucle.

Lo potete leggere qui sotto.


[Da “Lance deve morire“] Fausto aveva detto più volte a Venus che temeva Joseba Beloki. E non perché fosse più forte di
Armstrong, ma perché indomito, capace di tutto, di andare in crisi o di attaccare e staccare tutti perché
disperato, ciclisticamente disperato.

Era passato tardi al professionismo, Beloki, e tardi si era scoperto forte. Ma chi arriva tardi a qualcosa ha il brutto vizio di diventare famelico, di essere pronto a sbranare qualsiasi cosa, giustificando questa fame
con il tempo impiegato per allestire il banchetto. La società impone la velocità di ascesa, ma è pronta a
perdonare un ritardo se ben giustificato da una fame atavica.

Ci aveva quasi creduto che Joseba Beloki potesse mettere in difficoltà Lance Armstrong, riportarlo giù da quella dimensione superomistica, rifarlo uomo.

E forse ci aveva pure sperato. C’era troppo adorazione nei suoi confronti e troppa adorazione porta ogni eroe – perché Fausto considerava Lance Armstrong un eroe – ad allontanarsi troppo dagli altri esseri
umani.

Era un duro Beloki, pensò Fausto. Il duro che ci voleva. Lance Armstrong aveva bisogno di un avversario, di uno capace di metterlo in difficoltà, anzi più che in difficoltà. Uno che riuscisse a metterlo in discussione.

Serviva questo ad Armstrong, uno che riuscisse a metterlo in discussione. E che non lo facesse pensare infallibile.

Serviva questo, perché un grande ha bisogno di questo. Di tornare umano, di apparire di nuovo battibile, anche se poi non era davvero così.

[…]

Beloki avrebbe continuato ancora a cercare di infastidire e mettere in difficoltà l’americano, ma non ce
l’avrebbe fatta davvero, era convinto Fausto. Perché, diceva fra sé e sé, e poi pure a Venus, quasi a dare
forza e verità alla sua convinzione, sarebbe arrivato il momento, in salita, nel quale Lance Armstrong si sarebbe alzato sui pedali e avrebbe attaccato, mettendo tra sé e il basco i secondi, o forse i minuti, che sarebbero bastati per non avere problemi. Era convinto di questo Fausto.

Non accadde. E mica per colpa di Armstrong.

Non accadde perché alcuni piccoli errori o imperfezioni, vengono, chissà per quale motivo, amplificate
dal flusso degli eventi a tal modo da trasformare un tutto in un patatrac. E questo soprattutto quando si
crede di aver salde nelle mani le briglie degli eventi.

Joseba Beloki cadde lungo la discesa che dalla Côte de la Rochette portava verso Gap, lì dove era posizionato lo striscione d’arrivo della nona tappa del Tour de France. E cadde in una semicurva di quelle nelle quali non si cade nemmeno per sbaglio se si ha un minimo di dimestichezza nel padroneggiare la bicicletta. E Joseba Beloki ne aveva ben più di un minimo, e ben più di un minimo di parecchio. Cadde però ugualmente. Di colpo, violentemente.

E si ruppe un femore.

Finì il suo Tour de France in quel 14 luglio del 2003. Quel giorno non finì solo il suo Tour de France.
Terminò pure la sua carriera da corridore, o almeno quella da corridore di alta classifica nelle grandi corse a tappe. Divenne passato senza neppure accorgersene.

«Ci si accorge davvero di diventare passato?», si chiese Fausto.

«Mai», pensò senza però convincersi davvero.