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Dove arriverà Jay Vine?

Jay Vine al Tour Down Under 2023

Jay Vine al Tour Down Under 2023 (foto tratta dal profilo Twitter @TeamEmiratesUAE)

Tre anni fa di questi tempi, Jay Vine era solo un corridore parecchio poco conosciuto con il dubbio che non ce l’avrebbe mai fatta a diventare uno per il quale la gente del ciclismo fa il tifo. Certo l’anno prima, nel gennaio del 2019, sul Maungakawa Hill – tre chilometri e mezzo al 7,4 per cento di pendenza media – alla New Zealand Cycle Classic aveva dimostrato di saperci fare in salita. E pure i dati, i watt e quelle cose lì che tanto appassionano ora, evidenziavano che di margini di miglioramento il ventiquattrenne ne aveva, e parecchi.

Al punto che tre anni dopo quei giorni, Jay Vine ha conquistato la prima corsa a tappe in carriera: il Santos Tour Down Under.

All’epoca qualcosa di assolutamente impensabile. Quasi impossibile. Sicuramente poco plausibile.

Chi poteva dare fiducia a un ventiquattrenne che vinceva mai e correva ancora con una squadra Continental e nemmeno tra le più quotate dell’emisfero australe? Nessuno. E mica per cattiveria. Va così ormai il ciclismo, è tutta una furia di gente che matura talmente in fretta che superati i ventiquattro anni si inizia a essere ormai a essere considerati se non vecchi, quantomeno non più di primo pelo: ossia parecchio meno interessanti.

In questi giorni, tre anni fa, il mondo non aveva ancora chiaro di andare incontro a una pandemia globale. E Jay Vine non era così fiducioso di poter fare bene al Jayco Herald Sun Tour, che per lui era il miglior palcoscenico possibile. Stava bene, ma dimostrare di andare forte era altra cosa. Sul Mount Buller – quasi diciassette chilometri al sei per cento di pendenza media – terminò alle spalle di Jay Hindley e Sebastian Berwick (ora alla Israel), ma davanti a gente parecchio tosta come Neilson Powless, Nick Schultz, Damian Howson, Simon Yates (per la verità, per una volta, nei panni di gregario di Howson), Rudy Porter (ora ventiduenne e pronto a dimostrare il suo talento in potenza nel Team Jayco AlUla).

Andò bene, non benissimo. Poi la pandemia concesse all’australiano l’occasione di essere preso, forse per la prima volta, davvero in considerazione.

Jay Vine vinse le finali della Zwift Academy, la competizione di ciclismo “virtuale” – sui rulli – gestita dalla piattaforma di allenamento indoor e ottenne un contratto da professionista con l’Alpecin-Fenix (ora Alpecin-Deceuninck). Quest’anno è toccato all’italiano Luca Vergallito.

Cambiò tutto.

Debuttò nell’aprile del 2021 tra i professionisti al Presidential Cycling Tour of Turkey e finì secondo in classifica. Tra agosto e settembre fece ottima impressione alla Vuelta a España, guadagnandosi la riconferma. Perché uno può avere ottimi valori, essere un fenomeno sui rulli, ma poi serve dimostrarlo su strada. Lui lo fece.

Soprattutto l’anno dopo. Alla Vuelta 2022 conquistò due tappe, dimostrò di essere uno dei migliori scalatori del gruppo; soprattutto provò coi fatti di avere le capacità per stare dove stava, di avere il talento e soprattutto la consapevolezza di essere un corridore.

Una consapevolezza figlia della convinzione e della volontà di entrare in una realtà che a lungo non l’aveva voluto. Alla rivista olandese RIDE Magazine ha detto che all’inizio del 2020 era convinto di essere uno degli scalatori più forti del panorama australiano, ma che stava ancora inseguendo un sogno e niente più. Un sogno che aveva bisogno di un’occasione. La sospensione delle gare gliela fornì. “Capii che se mi fossi concentrato interamente sulla Zwift Academy, avrei avuto buone possibilità. E così per tre mesi ho pedalato sui rulli per farmi trovare il più pronto possibile. Credo che fossi il partecipante alle sfide su Zwift più in forma, più leggero e più concentrato”.

A volte basta solo farsi trovare pronto. Poi capire che quella è stata una grande occasione per partire. Una partenza soltanto.

Jay Vine ha avuto l’accortezza di capirlo subito: “Non si può confrontare Zwift con il ciclismo reale. L’allenamento sui watt per chilogrammo è inutile se poi non esci di casa e in salita non ci pedali davvero”. Insomma, la bicicletta bisogna saperla pedalare nel mondo, perché è fatta per muoversi: “Non credo che il ciclismo indoor, da solo, sia una nuova strada per potersi imporre tra i professionisti. È una strada, come un’altra, ma per perseguirla serve avere esperienza delle corse. Perché il ciclismo non è solo gambe, è anche tecnica e capacità di stare in gruppo”, ha aggiunto Vine. E questo perché “su Zwift c’è la possibilità di trovare atleti con grandi motori e grandi potenziali, ma si rischia di non trovare gente come Tim Declercq”, gente, insomma, la cui importanza in corsa non si misura dai watt.

Jay Vine è uscito da Zwift, ha sfruttato la sua occasione, ma è sull’asfalto che sta costruendo il suo presente e il suo futuro (con l’Uae Team Emirates ha un contratto sino al 2024).

Perché è soprattutto il futuro, anche prossimo, di Jay Vine, oltre al suo presente vincente messo pneumatici su asfalto al Tour Down Under, a essere interessante. Un futuro che è ancora abbastanza nebuloso, difficile da decifrare, che sta nella risposta a una sola domanda: che corridore è e potrà diventare Jay Vine?

I dati dicono che Jay Vine è uno che in salita va forte e che ha buone doti di recupero.

Ma i dati contano fino a un certo punto, anche volendo non mettere in discussione – è stolto farlo – la loro utilità. E questo perché la forza di volontà, spesso, li modifica in corsa, li dilata, li rende meno interessanti di una resistenza ostinata, di una tigna incredibile. Perché la voglia di non perdere quello che si ha ottenuto, a volte, vale molto più di qualche watt.

Jay Vine sembra essere uno di quei corridori che non solo grazie alle gambe pedalano in salita, ma che salgono soprattutto di ostinazione, ogni tanto pure di disperazione. È soprattutto uno che sta capendo pian piano che non solo in salita sanno mulinare forte i pedali (con tanto di vittoria ai campionati nazionali australiani a cronometro).

Jay Vine quest’anno proverà a capire che corridore potrà diventare, se uno buono per azioni estemporanee in salita (ossia avventuroso da fughe, prospettiva di estrema bellezza) e interprete raffinato per le brevi corse a tappe, oppure se c’è l’inseguimento alle tre settimane, alla classifica generale, nelle sue sue corde ciclistiche. Lo farà in Italia, alla Tirreno-Adriatico prima e poi al Giro d’Italia.

Avrà tempo e modo per capirlo, per farcelo capire. La sensazione è che, ci perdoni Chiambretti, comunque vada sarà un successo.

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