Jonas Rutsch e quell’amore chiamato Parigi-Roubaix
14/04/2025Jonas Rutsch è arrivato sesto sotto lo striscione della Parigi-Roubaix dopo una giornata passata a fuggire dal gruppo
Era il 3 ottobre del 2021 quando Jonas Rutsch comprese che esisteva un luogo nel quale si sentiva a casa pur essendo lontano da casa, un luogo che per lui era familiare quanto lo era Erbach, il suo paese, nemmeno quattordicimila anime in Assia. E quel luogo erano le campagne del nord della Francia, erano quelle strade di blocchi di pietra che attraversavano le campagne del nord della Francia e conducevano a Roubaix.
Sino a quel giorno, a quel 3 ottobre del 2021 (il Covid rese necessario posticipare in autunno la corsa), Jonas Rutsch non aveva mai pensato di essere un tipo col cuore di pietra. Certo aveva corso le classiche del Nord tra Juniores e gli Under 23. Certo aveva dimostrato di saperci fare sul pavé, aveva vinto pure una Gent-Wevelgem tra gli Under, ma era stata corsa un po’ matta, nella quale i favoriti avevano sbagliato molto se non tutto e lui, che è sempre stato veloce aveva battuto allo sprint uno che veloce non è e che in una volata a due è capace di arrivare terzo: Andreas Leknessund.
Quel giorno, quel 3 ottobre del 2021, Jonas Rutsch ebbe l’epifania. Capì qual era il suo posto nel mondo. E se non proprio nel mondo, quanto meno nel ciclismo. Jonas Rutsch era uno da pavé, uno da pavé della Roubaix. Destino strano quello di chi si sente uno da pavé, uno da pavé della Parigi-Roubaix. Destino da un giorno all’anno. E se hai un solo giorno all’anno, devi sperare che quel giorno non ti accada niente di imprevisto.
Quel giorno e tutti quei singoli giorni negli anni successivi, Jonas Rutsch capì una cosa: “Amo quando tutti sulla bici sono quasi morti e tutto si riduce a forza e capacità di soffrire. E questo lo trovi dal chilometro 230 in poi alla Parigi-Roubaix”, disse alla Frankfurter Allgemeine Zeitung.
Jonas Rutsch è un lungagnone di un metro e novantasette per ottandue chilogrammi. Uno alla cui ruota si sta benone. Per questo se lo contendono i velocisti. Chiedete a Biniam Girmay per credere. È soprattutto uno che può prendere vento per un giorno intero, tirare come un dannato per non far fuggire troppo quelli che vorrebbero fuggire e non farlo pesare. Gran lavoratore, Jonas Rutsch.
Fa tutto questo, qualunque cosa che gli si chiede per un giorno di libertà l’anno, quello della Parigi-Roubaix. Un giorno di libertà assoluta per poter realizzare l’irrealizzabile.
È da qualche anno che Jonas Rutsch aveva pronto in testa il piano perfetto. O quanto meno quello a lui più indicato. Fuggire subito, farsi inseguire, e poi, quando la fatica prosciuga tutti, dimostrare di essere quello che la fatica la sopporta meglio. Due anni fa ci provò: forò nel momento sbagliato, rincorse tutto il giorno, finì trentatreesimo. L’anno scorso ci riprovò: ma si trovò nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Rimase coinvolto in una maxi-caduta al chilometro 37, quella che eliminò dalla corsa pure Elia Viviani e Jonathan Milan: si dovette ritirare.
Quest’anno ci ha riprovato ancora. Ha seguito il piano che aveva in mente: attaccare subito, godersi per primo, tra i primi, la festa attorno ai settori di pavé, avvantaggiarsi quel tanto che basta sui favoriti e poi vedere come va.
È andata bene, benone. È fuoriuscito dal gruppo quando mancavano 237 chilometri all’arrivo. Si è tolto la soddisfazione di essere il primo corridore a mettere le ruote sul pavé della Foresta di Arenberg.
Ha pedalato a lungo con Jasper De Buyst, Kim Heiduk, Markus Hoelgaard, Jelte Krijnsen, Oier Lazkano, Abram Stockman, Rory Townsend e Max Walker. Ha visto molti di loro staccarsi. È stato superato da molti. Parecchi ne ha visti involarsi verso Roubaix con la sicurezza di finirgli davanti nell’ordine d’arrivo. Molti di loro però li ha ripresi, li ha staccati. È arrivato sesto a tre minuti e quarantasei secondi dal vincitore Mathieu van der Poel.
Jonas Rutsch sa benissimo di non essere della stirpe di Mathieu van der Poel e di Tadej Pogacar, di Mads Pedersen e di Wout van Aert. Ma sa anche che la Parigi-Roubaix è anche una questione di amore e quindi di accettazione totale della fatica, della scomodità delle pietre, degli scossoni a gambe, schiena e braccia che il pavé francese sa darti. Sa che bisogna volerle bene per tutto il male che ti fa. Questo è il segreto della Roubaix. Perché “la Roubaix non mente. Nessuno può nascondersi lì. È come una cronometro di 257 chilometri. Alla fine, solo una manciata di corridori rimane davanti” e lui nel 2021 aveva capito che poteva essere tra loro. Serviva solo il piano giusto. Serviva solo amarla davvero e senza condizioni.

