L’anno zero di Julian Alaphilippe

L’anno zero di Julian Alaphilippe

30/01/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

È questo il primo gennaio da un po’ di anni a questa parte nel quale Julian Alaphilippe sa per certo che quest’anno a luglio non potrà nemmeno sperare di essere protagonista. Al Tour de France non ci sarà e non certo perché ha deciso di non esserci. Lui al Tour de France non avrebbe mai rinunciato, ma la sua squadra, la Soudal – Quick Step ha scelto diversamente. La Grande Boucle è il grande obbiettivo di Remco Evenepoel e nel gruppo che supporterà il campione belga per lui non c’è posto. Perché per Patrick Lefevere non c’è posto accanto al suo pupillo di corridori non devoti al mille per mille alla causa del campione del mondo a cronometro

Julian Alaphilippe parteciperà al Giro d’Italia. Lo correrà per la prima volta in carriera e con la voglia, al solito di essere protagonista, di infuturarsi in fughe, cercare qualche colpo di mano nelle tappe che lo permettono. A partire dalla prima, quella che termina a Torino

Julian Alaphilippe sente l’estrema urgenza di tornare a vincere, magari indossare la maglia rosa e dare così un senso a quella lontananza per lui insolita e, forse, immotivata, da quello che è sempre stato in carriera il grande appuntamento stagionale dopo la Milano-Sanremo e la campagna delle Ardenne, che per anni sono state casa sua. E questo nonostante almeno la Liegi-Bastogne-Liegi non sia mai riuscito a vincerla. E fa strano constatarlo, visto che proprio la Doyenne sembrava la Classica monumento che più si adattava alle sue caratteristiche. 

A trentun anni, quasi trentadue, Julian Alaphilippe non sente più addosso la fiducia di un ambiente che lo ha sempre coccolato e vezzeggiato, che gli ha permesso di fare ciò che voleva e che lui ha ripagato con molte vittorie, una Milano-Sanremo e due maglie iridate. Ha iniziato a sentirsi un intruso in quella che è casa sua da sempre perché è da sempre che sta lì, in quella banda che Patrick Lefevere aveva creato per dare l’assalto a tutto e al solito modo: di impeto e apparente sconsideratezza (una lucidissima apparente sconsideratezza). 


Julian Alaphilippe dopo l’arrivo della 15esima tappa del Tour de France 2019 – foto A.S.O./Alex BROADWAY

Si dice in giro che Julian Alaphilippe sia quasi finito, che l’incidente alla Liegi-Bastogne-Liegi, gli acciacchi alla schiena e la paternità lo abbiano ingolfato e fatto perdere lo spunto dei giorni buoni. 

Si dice in giro che Julian Alaphilippe non sia finito, ma che sia solo finito il suo tempo nella banda Lefevere, che avrebbe dovuto trovarsi un altro posto nel mondo per ritrovare quell’ardore che lo aveva portato, tra il 2018 e il 2019 a essere uno dei più forti corridori in circolazione. 

Si dicono tante cose. 

Scriveva Sylvia Plath:

Ho trent’anni soltanto. 
E come i gatti ho nove volte per morire. 
Questa è la Numero Tre. 
Quanto ciarpame da annientare ogni decennio, 
che miriade di filamenti 

Julian Alaphilippe ha da annientare troppe parole dette sul suo conto e ha una bicicletta per farlo e un anno di corse per trovare soprattutto una cosa: la spensieratezza del pedalare, il fregarsene di ciò che viene detto e scritto sul suo conto e ripartire libero, come era e si sentiva libero quando tutto andava bene. 

E chissà, magari sperare in un futuro diverso, costruirsi altrove un futuro diverso. 

La Cofidis lo vorrebbe, Cédric Vasseur lo abbraccerebbe anche subito, perché è convinto che lui possa essere ancora un grande protagonista, che tra quella banda di giovanotti terribili che ha invaso il ciclismo e gli ordini d’arrivo ci possa essere ancora uno spazio per Julian Alaphilippe. A patto che il francese si convinca che a un certo punto è utile tagliare con quello che è stato, uscire dalla zona di conforto e riniziare da zero. “Julian ha bisogno di una nuova sfida nella sua carriera, non dobbiamo nascondere la faccia e non credo che Patrick Lefevere stia lottando per trattenerlo. Siamo aperti ad un confronto in qualunque momento”, ha detto a Eurosport

Julian Alaphilippe non si pone ancora il problema del futuro, della prossima stagione. Non se l’è mai posto. Il meglio l’ha sempre dato quando ha vissuto alla giornata, con quella curiosità invadente di chi sa che solo nell’incertezza sa dare il meglio di sé. Ha detto che “prendo ogni stagione della mia carriera come se fosse l’ultima. Non dico mai a me stesso che quello sarà il mio ultimo anno e non dico neanche: accidenti, l’anno scorso ho vinto tante gare, quest’anno non mi interessa cosa farò. In ogni nuova stagione inizio l’inverno come se non avessi vinto nulla l’anno prima”. 

Sono passati dieci anni dalla sua prima gara nel ciclismo professionistico. Dieci anni che sono stati anche, almeno in parte, il tempo di Julian Alaphilippe. Dieci anni alla corte di Patrick Lefevere che da dieci anni lo prende a carezze e cazzotti. “Continua a essere un corridore impulsivo, non sempre intelligente”, ha detto il boss della Soudal – Quick Step del francese. Le stesse parole che aveva usato nel 2014 per commentare la sua gara al GP Ouest France – Plouay. 

Dieci anni dopo Julian Alaphilippe ha stravolto la sua routine, abbandonato, non certo per scelta sua, le Ardenne e il Tour de France. Riparte dalla polvere della Strade Bianche, dalle pietre fiamminghe, poi esplorerà l’Italia del Giro, di quella corsa rosa che aveva sempre creduto fosse una copia non del tutto ben riuscita del Tour de France. 

Due anni fa Julian Alaphilippe disse che “mi sono accorto che mi è capitato di dare per scontato molte cose che scontate non erano. La nascita di Nino mi ha fatto aprire gli occhi”. Chissà che ora possa davvero caricare questi nuovi occhi in bicicletta, scoprire che non solo nella vita, ma anche nel ciclismo, è meglio non dare per scontato niente e per la sola ragione che molte cose scontate non lo sono.