L’onda Julian Alaphilippe
21/08/2026Julian Alaphilippe si è ritirato dal ciclismo. L’acqua agitata che scorre nelle vene ciclistiche del campione francese si è fermata
Saint-Amand-Montrond è al centro della Francia. E se non è il centro geometrico poco ci manca. Saint-Amand-Montrond è luogo d’acqua. Quella della Marmande, quella della Cher, quella dei canali e dei laghetti sparsi qua e là a imperituro ricordo del passato paludoso della zona. Acqua cheta però.
Julian Alaphilippe è nato a Saint-Amand-Montrond che dal mare, da ogni mare, dista centinaia e centinaia di chilometri. Eppure Julian Alaphilippe era un corridore d’acqua agitata, era mare aperto, un oceano intero.
L’acqua agitata che scorre nelle vene ciclistiche di Julian Alaphilippe si è fermata. Il campione francese ha detto basta con il ciclismo. Perché questo ciclismo non era più il suo ciclismo: “I giovani gareggiano come dei robot e tutto, dall’alimentazione agli allenamenti, è calcolato al millimetro. Io cerco invece la libertà e la gioia di vivere nel pedalare”, ha detto all’Equipe annunciando il ritiro.
Gli anni che passano spostano il futuro dietro le spalle e per uno come lui deve essere difficile essersi visto passare, non riuscire più a fare ciò che un tempo faceva.
Non che gli fosse mai stato facile fare quello che era solito fare.
Julian Alaphilippe non era un predestinato. Forte sì, ma quando nel 2013 l’Etixx-Ihned, la squadra giovanile della banda Lefevere, decise di ingaggiarlo in pochi avrebbero pronosticato per lui un futuro da campione. Quello che ha vinto se lo è costruito. O meglio, l’ha strappato a forza di ostinazione e improvvisazione.
Perché Julian Alaphilippe è stato un’onda che ha provato a inondare tutto ciò che incontrava. O meglio tutto ciò che riteneva importante inondare. Il francese è sempre stato un inseguirsi di straripamento e indolenza, di voglia irrefrenabile di conquistare tutto e noncuranza delle regole. Non della vita del corridore e del sacrificio che serve per andare forte, soltanto degli eccessi. Il suo era un ciclismo libero, un modo di esprimere sui pedali il turbinio che aveva dentro.
C’è chi lo ha fatto con le parole, chi con i pennelli, lui lo faceva con la bicicletta. Julian Alaphilippe aveva qualcosa da dire, da spiattellare in faccia a tutti. A suo modo era un artista.
Il suo ciclismo non era meglio di quello che stiamo vedendo negli ultimi due o tre anni. Di calcoli ne faceva pure lui, i programmi li seguiva pure lui. Era però diverso. Era animato da una tempesta, era ondivago e imprevedibile, capace di animarsi e spegnersi all’improvviso.
Una tempesta che piano piano si è spenta. Ha provato a ridarle cattiveria e forza lasciando la tana belga per ripartire da zero in Svizzera. Non è bastato.
Come quella volta verso Fano al Giro d’Italia 2024, quando decise di trasformare una giornata che non prometteva nulla di eccelso, in un pomeriggio matto e inaspettato. Era per questo che a Julian Alaphilippe nessuno voleva male. Era per questo che per il pubblico del ciclismo non era francese, era un patrimonio condiviso.

