La consapevolezza di Davide Piganzoli
06/03/2025Ha avuto bisogno di tempo Davide Piganzoli per capire di poter essere un corridore da prime posizioni. Ora per il corridore del Team Polti – VisitMalta inizia una nuova fase a pedali
A metà aprile del 2024, Ivan Basso diceva di Davide Piganzoli: “È il corridore italiano più forte della sua generazione e non lo dico perché è nella Polti-Kometa. Va forte in salita e a cronometro, non vedo italiani come lui alla sua età”. Un mese e mezzo dopo, il corridore di Morbegno chiuse il Giro d’Italia al 13esimo posto, quarto italiano in classifica. Davanti a lui Antonio Tiberi, un anno in più e quinto della generale, Filippo Zana e Lorenzo Fortunato. Fu però il gran rendimento in salita di Giulio Pellizzari (che però terminò la corsa al 49esimo posto) a mettere in secondo piano la prova di Davide Piganzoli e far pensare che le parole del due volte vincitore del Giro fossero se non azzardate, quanto meno aziendaliste.
Davide Piganzoli non si è scomposto. Né per le parole di Ivan Basso, né per i risultati di Antonio Tiberi e Giulio Pellizzari. Ci ha badato poco, il giusto. Ha continuato a pedalare. Perché è questo che fa e sa fare, è questo ciò che gli riesce meglio.
Non ha fretta Davide Piganzoli. Sa che ha bisogno di tempo per poter competere per posizioni più consone al suo talento. E a ventidue anni (ventitré li compierà a giugno) di tempo non può non essercene. Anche se il ciclismo degli ultimi anni va veloce, velocissimo e nelle prime posizioni del gruppo ci si arriva prestissimo (Paul Magnier, Jan Christen, Albert Withen Philipsen, Matthew Brennan, Isaac Del Toro e non solo loro, ne sanno qualcosa).
Davide Piganzoli sa di non essere uno scalatore da scatti e azioni impetuose. Però ha la dote di saper leggere la corsa, adeguare le sue gambe alla salita e alla situazione di corsa. E saper gestirsi, essere in grado di conoscersi davvero, è il miglior modo per migliorarsi, per diventare una presenza fissa delle prime posizioni.
Nell’ottobre del 2024 Davide Piganzoli è salito sul podio del Giro dell’Emilia. Nella burrasca che aveva inondato Bologna, l’italiano aveva dimostrato tempra e gamba, il talento di trovare energie in una situazione complicata, difficilissima. Non è riuscito a seguire la ruota di
Tadej Pogačar, chi riesce a stare alla ruota del campione del mondo?, ma non si è fatto staccare da Tom Pidcock e Michael Woods, non due corridori qualsiasi. Soprattutto ha capito che lui tra i primissimi ci può stare eccome.
Ha continuato a farlo questa stagione con addosso sempre la maglia del Team Polti-VisitMalta. Prima alla Volta a la Comunitat Valenciana e poi al O Gran Camiño. In Galizia ha chiuso la corsa a tappe al secondo posto. Vero che in Galizia il meglio del ciclismo internazionale non c’era, ma tant’è. A volte è più utile un botta d’autostima in corse dure ma non frequentatissime che una mazzata in corse troppo ben frequentate.
Ed è proprio l’autostima a volte è sembrata mancare a Davide Piganzoli, quella consapevolezza, che a volte può essere scambiata per sbruffoneria, capace di farti fare quel qualcosa in più che nessun dato fisiologico, nessun watt riuscirà mai a cogliere e certificare. È ancora sport di guizzo e convinzione il ciclismo, checché ne dicano i tecnici dei big data applicati allo sport.
Davide Piganzoli ora aspetta la Tirreno-Adriatico per capire se le prestazioni di febbraio e marzo siano un’illusione invernale oppure un’indicazione per il futuro.
Un test, non una cartina al tornasole. Perché Davide Piganzoli ora pedala con una nuova consapevolezza, quella di poter essere un nomeecognome di quelli che stanno bene, con grazia, nelle prime posizioni della classifica.

