La festa delle strade della 1a tappa del Tour de France 2024

La festa delle strade della 1a tappa del Tour de France 2024

30/06/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

Rimini. Ognuno aveva il suo posto, il suo appuntamento. Sotto casa o lontano da casa non aveva alcuna importanza. Migliaia e migliaia di persone avevano tutte un loro dove e un loro quando sabato lungo la strada che univa Firenze a Rimini. Lungo quei 200 chilometri che segnavano il debutto del Tour de France 2024 e il debutto di una tappa interamente italiana nella geografia del Tour de France. Perché nella storia del Tour ci sono state incursione in Italia, ma tutta robetta rispetto a quest’anno. Anche se quella volta che il Tour arrivò al Sestriere e Fausto Coppi prima di chiunque altro ce la si ricorda ancora.

Già dal mattino, lasciata un Firenze ben più calma e pacificata dal Tour di quanto credevo, c’era un sacco di gente a bordo strada. Gente giovane e meno giovane, bambini e vecchi, famiglie e gruppi di amici, uomini e donne in bici, a piedi, alcuni organizzatissimi con griglie e sacche frigo colme di birre. C’era un gran buon odore di ciclismo nell’aria. E pure di salsiccia. In Italia, e ovunque a dirla tutta, il Tour de France, il ciclismo in genere, è sagra paesana, solo che non di paese, itinerante, diffusa e aperta a tutti, basta voler bene al ciclismo e alla bicicletta.

Ho mai capito perché gli italiani abbiano dell’astio nei confronti dei francesi. Nei Tour de France che ho visto, intravisto, inseguito, ho trovato gli stessi riti, le stesse abitudini, le stesse griglie accese e sulle griglie le stesse cose. A volte con solo un po’ di burro in più.

C’erano in Vandea e Bretagna le stesse cose, le stesse facce rubiconde e felici, le stesse bevute e gli stessi gesti di giubilo al passaggio dei corridori. Soprattutto la stessa scusa, il ciclismo e i corridori, per fare festa. Perché è soprattutto questo che sono le strade dove passano le corse: un motivo per fare festa che ha come scusa quella passione, sconfinata e spesso scomoda, per la bicicletta.

Questa festa per una volta non l’ho inseguita e rincorsa. L’avevo fatto in treno, l’avevo fatto in bicicletta, mi era capitato di farlo in automobile quando era diventato impossibile fare una mattata per raccontare il ciclismo per ragioni lavorative.

Questa volta il gruppo l’ho anticipato, sono, siamo – perché mi sono imbucato nell'”ammiraglia” di Alvento – andati in fuga dal gruppo. Con tanto di inseguimento sirene spiegate della polizia che ci faceva capire che dovevamo spicciarci perché doveva passare la carovana pubblicitaria. E la carovana pubblicitaria del Tour de France è qualcosa di mastodontico, tipo il carnevale di Rio, ma che parla in francese.

Ogni paese si era tinto in un modo o nell’altro di giallo. Nei marciapiede e nelle banchine però era un trionfo di pois. Piacciono i pois, sono simpatici. Soprattutto gratis visto che passano i furgoncini colmi di magliettine dal discutibile cotone ma piene di pallini rossi griffati E.Leclerc, che sarebbero supermercati.

La maggior parte dei bambini era per Pogacar, qualcuno per van der Poel, ho visto pure una maglietta del Team dsm-firmenich PostNL e mi sono chiesto perché quel bambino avesse scelto di essere per Romain Bardet.

Ho subito parteggiato per quel bambino, quantomeno perché pure io tenevo per quelli che non vincevano quasi mai dopo che il mio primo grande amore ciclistico divenne passato e non più presente. Va detto però che è stato assai lungimirante quel bambino, e lungo quei 200 chilometri di strada era senz’altro il più felice di tutti. E non solo perché aveva visto passare il Tour. Romain Bardet a Rimini ci è arrivato per primo, ha vestito la maglia gialla e vedere Romain Bardet vincere e vestire la maglia gialla a Rimini è stata una gran cosa.

Le strade erano gialle e a pois, anche se spesso quando erano gialle erano giallo Pantani. Sulla strada che porta al Borbotto, Marco Pantani era presenza vivissima, era presente ancor più presente del Tour de France. E tutto questo è incredibile. Come è incredibile quanto amore e passione e senso di appartenenza c’è ancora attorno a Marco.

Tour de france 2024 1a tappa

Un fiume di persone giallo e a pois che ha colorato le strade del Tour fino al Gran premio della montagna di San Marino. Poi è sfumato, sparito. Si mette nessuno a bordo strada per vedere i corridori. Che già in pianura è un attimo, figurarsi in discesa: è mezzo attimo.

Un mare di gente si è radunata al traguardo, lungo l’ultimo chilometro, e ha riempito Rimini oltre ogni immaginazione. Racconta Altiero, albergatore di Rimini da sempre, che in anni ne fanno una quarantina lui e un’altra cinquantina tra padre e nonno (di anni lavorativi, mica anagrafici) che “un bordello del genere io non l’avevo mai visto”. E che “era da anni che non riempivo tutte le stanze già tre mesi prima del fine settimana”.

Lui era in mezzo alla gente sul rettifilo d’arrivo, “che il ciclismo ce l’ho nel sangue da quando ero piccolo. Io ero per Gimondi, sono ancora per Gimondi. Perché si è sempre per il primo amore”.

Dopo Romain Bardet, dopo i primi, dopo i tanti e pure gli ultimi, uomini e donne non avevano lasciato il lungomare per il mare. “Il mare sta là, la festa sta qua”, spiega velocemente Eros, bagnino da una ventina d’anni, “ma si rimorchia sempre meno. E mica per le storie del #metoo o cazzate simili. Il punto è che sono diventato vecchio”.

Michał Kwiatkowski mangiava un piatto di pasta seduto sul marciapiede davanti alle figlie in passeggino. Dorian Godot sbadigliava in ciabatte guardandosi il bianco delle cosce che stonava con la pelle scura dei polpacci. Magnus Cort portava in giro i suoi baffi biondi sciabattando in maglietta anonima e pantaloncini ciclistici sul lungomare intento a bere da una borraccia e a mangiare caramelle gommose. Il sole era scomparso appannato da foschia e qualche nube. E un venticello fresco aveva iniziato ad asciugare i sudori di appassionati e ciclisti.