La resistenza della cronometro a squadre

La resistenza della cronometro a squadre

27/08/2025 0 Di Giovanni Battistuzzi

Axel Leon Johannesson era un tipo allampanato ed elegante, con due occhialetti tondi d’oro e la parlata forbita da intellettuale. Sui libri c’era stato a lungo, ma su quelli di giurisprudenza, sino ad arrivare a essere uno stimato avvocato. Non era la legge però la sua passione. Fosse stato per lui avrebbe fatto il corridore ciclista. Era troppo alto però, o così gli avevano detto, per fare il corridore ciclista.

Decise però che non era troppo alto per pedalare per conto suo. Girò su e giù per tutta la Svezia in gioventù, vagò a lungo per l’Europa tra il 1900 e il 1910 in lunghi viaggi pedalanti. E con la parlantina che si ritrovava, si fece ascoltare mentre narrava i suoi racconti di viaggio da tantissimi, pure dalla famiglia reale. Ciò fece assai bene pure alla sua professione. In pochi anni diventò uno degli avvocati più stimati e influenti di Svezia, consulente legale anche del comitato organizzatore dei Giochi olimpici di Stoccolma 1912.

E già che c’era, che lavorava per il comitato, Axel Leon Johannesson si permise di suggerire che visto che a Stoccolma non c’era un velodromo degno di quel nome, era meglio stravolgere i piani del ciclismo olimpico e condurlo lontano dalla pista. I responsabili del ciclismo alle Olimpiadi accolsero volentieri la sua idea, anche perché avrebbe fatto risparmiare loro un bel po’ di soldi. E così, visto che il primo suggerimento era stato accolto, si permise di proporre loro un’altra novità. Perché non facciamo diventare disciplina olimpica la corsa di squadra che tanto piaceva al pubblico svedese e nella quale i suoi connazionali tanto si allenavano? Anche quella proposta fu accolta.

Il Comitato olimpico internazionale però decise che il 7 luglio 1912 non si sarebbe corso una vera cronometro a squadre, ma che si sarebbero semplicemente sommati i tempi dei primi quattro corridori di una nazione per stabilire quello di squadra. L’idea di Axel Leon Johannesson venne considerata troppo pericolosa. Gli svedesi riuscirono comunque a vincere la medaglia d’oro.

Il ciclismo dovette aspettare fino al 10 agosto del 1936, Olimpiadi di Berlino, per vedere realizzato il piano di Axel Leon Johannesson, sebbene Rudolf Köpke, l’uomo che volle l’introduzione nel calendario olimpico della prima cronometro a squadre internazionale (non la prima in assoluto ovviamente visto che dalla Svezia quella disciplina si era già diffusa in Germania e in gran parte dell’Europa centrale), ignorasse l’esistenza di Axel Leon Johannesson. Quella disciplina l’aveva scoperta ad Amburgo sul finire degli anni Venti del Novecento. Qualche anno dopo, l’aveva eletta a pratica sportiva perfetta per la Germania nazista che si stava imponendo. Sulla distanza dei 100 chilometri però fu la Francia di Robert Charpentier, Robert Dorgebray, Guy Lapébie e Jean Goujon a vincere l’oro olimpico.

C’era un tempo nel quale la cronometro a squadre oltrepassò i confini olimpici per diventare una delle prove più spettacolari e amate all’interno dei grandi giri. Fu Vincenzo Torriani, il patron del Giro d’Italia, a toglierla dal confine dei cinque cerchi per portarla al Giro d’Italia.

Era il 22 maggio del 1953 quando per la prima volta la cronometro a squadre entrò nel grande ciclismo delle corse a tappe.

Così la presentò sul Corriere della Sera lo scrittore e giornalista Orio Vergani:

Il Giro d’Italia ha esperimentato oggi, sull’anello dell’autodromo di Modena, una nuova formula del suo spettacolo: la tappa a cronometro a squadre. […] Otto abbondanti ore di ciclismo hanno sfornato così una imbandigione sportiva lauta e succulenta, quasi in obbedienza allo stile delle laute e succulente imbandigioni gastronomiche che hanno reso celebre la cucina modenese, che modula e varia all’infinito il suo canto con le tre note essenziali dei tortellini, dello zampone e del Lambrusco.

Quel giorno vinse la Bianchi di Fausto Coppi.

Anche se, va detto, una versione a metà tra la cronometro individuale e quella a squadre, molto simile a quella che A.S.O., la società organizzatrice del Tour de France, ha introdotto alla Parigi-Nizza, venne già sperimentata alla Vuelta a España del 1942. Funzionava così: ogni squadra partiva compatta, ma il tempo si prendeva singolarmente, non sul terzo o quarto di squadra.

La cronometro a squadre diventò una delle discipline più amate del ciclismo perché rappresentava la perfetta unione tra il talento del campione e l’unione dei gregari: una dimensione ciclistico-socialista. Gli organizzatori moltiplicarono la sua presenza nelle corse. E a ogni cronometro a squadre gli appassionati festeggiavano perché “nulla c’era di più armonioso e spettacolare del passaggio di compagni uniti dalla maglia e dalla coordinazione del saper penetrare nell’aria nella maniera più compatta possibile e alla velocità più alta possibile”, scrisse il poeta Alfonso Gatto.

Soprattutto in Spagna la cronometro a squadre diventò parte della liturgia ciclistica, si trasformò in una sorta di religione laica. Sebbene fu nei Paesi Bassi che si raggiunse l’assoluta perfezione. La TI–Raleigh fu imbattibile tra il 1978 e il 1982 al Tour de France: in quei cinque anni, vinse tutte le otto cronometro a squadre che si corsero alla Grande Boucle. In quegli anni Jan Raas e Gerrie Knetemann riuscirono “a elevare a perfezione il meccanismo di squadra contro il tempo trasformando i loro compagni d’avventura in ingranaggi degni di un orologio svizzero”, scrisse Antonine Blondin sull’Equipe.

La cronometro a squadre è sparita quasi ovunque dal ciclismo: dal Giro manca dal 2015, dal Tour dal 2019. Dicono che non venga bene in televisione. Sostengono che premia troppo la squadra penalizzando il corridore singolo. Dicono tante cose. Si dimenticano però di notare che viviamo in un’epoca di eccessivo individualismo anche nel ciclismo. E che i campioni di un tempo lo erano anche nella capacità di adattarsi e spronare i propri compagni in una prova collettiva contro il tempo.

Continua a resistere in Spagna, ormai unica oasi nella quale questa disciplina è ancora protetta e amata. Un anno fa saltò un giro (dopo la figuraccia in mondovisione di quella d’apertura a Barcellona nel 2023) e i più protestarono vivacemente. Anche alla Vuelta 2025 le hanno trovato un posto.