Le Samyn è un tributo alla memoria di ciò che non è stato

Le Samyn è un tributo alla memoria di ciò che non è stato

26/02/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

José Samyn rischiò di passare anni nelle patrie galere francesi per colpa di una bicicletta. Aveva risposto alla chiamata di leva, ma dopo una settimana, si mise in sella e si fece tre ore di pedalata. Il problema è che lo spostamento alla squadra ciclistica non era ancora arrivato e lui venne messo in cella. Ci rimase trentasei ore. Poi lo tirarono fuori con tanto di scuse ufficiali. “Non sapevamo le fosse un corridore nazionale”, dissero. Andava forte José Samyn, molto forte. Talmente forte che da dilettante, nel 1966 riuscì a concludere al quinto posto la Parigi-Tours e, nei primi mesi dell’anno successivo, fu settimo la Parigi-Bruxelles. Abbastanza per convincere la Pelforth-Sauvage-Lejeune a farlo passare subito tra i professionisti. 

Ci mise poco a vincere: prima al Grand Prix de Denain, poi al termine dell’undicesima tappa del Tour de France. Era il 1967, aveva ventun anni. 

José Samyn era resistente e veloce e in gruppo ci sapeva stare. Jacques Anquetil, che lo volle con lui nel 1969, lo descrisse come “scaltro come pochissimi, dalla grande intelligenza non solo ciclistica”. 

José Samyn era nato in Francia, ma era cresciuto in Belgio. Fu lì che aveva iniziato ad amare le pietre. Diceva che non c’era nulla di meglio del pavé, che solo sul pavé si sentiva a casa. E sulle pietre sapeva andare forte e che non aveva paura di niente quando si trovava a quelle latitudini e a quelle longitudini, in quelle Fiandre che sentiva sue per discendenza materna, ma che mai aveva abbracciato per orgoglio paterno e francese.  

Sognava il Giro delle Fiandre, ma andava più forte sulle côtes e così la Pelforth lo dirottò sulle Ardenne. Nel 1968 fece secondo alla Freccia Vallone. 

Quando passò alla Bic di Anquetil gli promisero che l’avrebbero portato alla Ronde, ma non subito, doveva prima fare esperienza, perché, dicevano, la Ronde era soprattutto esperienza. 

Lui cercò di farsela. Non ci riuscì. 

A fine agosto del 1969 in un criterium a Zingem, colpì uno spettatore, scivolò, batté la testa e morì.  

José Samyn delle Fiandre avrebbe voluto essere Leone divenne una corsa e un nome preceduto da un articolo: Le Samyn. Le Grand Prix de Fayt-le-Franc decise di cambiare il proprio nome in Gp Le Samyn, per omaggiare il corridore, che poteva essere campione, che per primo tagliò il traguardo della prima edizione della corsa. La corsa che univa côtes e pietre e che meglio descriveva il ciclista che fu.