Le gambe di Jan Ullrich

Le gambe di Jan Ullrich

23/11/2023 0 Di Giovanni Battistuzzi

Per chi era abituato a credere che Miguel Induiran fosse il più forte di tutti, l’estate del 1996 fu sorprendente. Sorprendente e un filo scioccante. Fu allora che vedemmo Miguel Indurain sudare per la prima volta. Fu allora che lo vedemmo scomparire dalle prime posizioni del gruppo. Se lo ricordava più nessuno com’era la testa del gruppo senza quell’omaccione grande e grosso, per essere un ciclista sia chiaro, che pedalava leggero leggero, quasi senza faticare. 

Di quella estate non ricordo molte cose, quasi non più ricordo di Bjarne Riis, sebbene i suoi occhi spiritati e la sua testa solo bordata di capelli siano ricordi incancellabili. Una cosa però non potrò mai scordare: le gambe di Jan Ullrich. Erano gambe che non si erano mai viste in gruppo. Gambe forti, gambe agili, gambe che solo a guardarle si capiva che avevano la possibilità di sprigionare una potenza incredibile, capaci di alimentare uno shuttle solo a forza di pedalate. Facevano paura le gambe di Jan Ullrich, erano gambe aliene, gambe venute da cielo in terra a miracol mostrare.

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Di quell’estate ricordo che mi dispiacque per Jan Ullrich, per il suo secondo posto al Tour de France. Lo vedevo pedalare e avevo la sensazione che si potesse liberare facilmente del capitano vestito di giallo, Bjarne Riis, e che stesse lì con lui solo per ragioni di squadra e convivenza. 

Di quell’estate ricordo che pensai che sarebbe stato difficile per il mio grande amore ciclistico, Marco Pantani, riuscire a battere un corridore così, uno che a cronometro andava come un razzo e che in salita faceva lo stesso. Sapevo in cuor mio che Marco Pantani ce l’avrebbe comunque fatta, doveva solo riprendersi definitivamente da quell’orribile incidente alla Milano-Torino. 

Quelle gambe furono ancor più stratosferiche un anno dopo, sempre al Tour de France. Spazzarono via tutto e tutti, pure Marco Pantani che in ogni caso sia verso L’Alpe d’Huez sia verso Morzine quelle gambe le seminarono, le abbandonarono al loro destino d’inseguimento

Le gambe di Jan Ullrich avrebbero potuto vincere ogni grande corsa a tappe e per più volte. Non è andata così. Jan Ullrich ha vinto solo quel Tour de France, quello del 1997, e la Vuelta del 1999. È crollato sotto gli scatti di Marco Pantani nel 1998, inabissandosi sul Col du Galibier, poi si è trovato come avversario Lance Armstrong e al Tour de France è arrivato altre tre volte secondo e una volta terzo. 

Poi è precipitato in un baratro umano che ha rischiato di annientarlo. Quelle gambe poderose però in un modo o nell’altro l’hanno tenuto in piedi

“Non avrei potuto cadere più in basso di così. Il vino divenne whisky. All’inizio ne bevevo una bottiglia al giorno, poi al massimo due. Era un anestetico. La cocaina mi ha trasformato in un mostro”, ha detto Jan Ullrich alla rivista tedesca Stern

Ricordo, e questo lo ricordo bene, che c’era gente che rideva del vortice nel quale era stato risucchiato il campione tedesco. Ricordo di aver sentito qualcosa come “quello che gli sta capitando è quello che si merita per aver infangato il ciclismo”. Sembravano tutti dei sant’uomini quelli che dicevano così. Come se loro non avessero mai sbagliato, se non avessero mai fatto nulla di sbagliato, di non consentito. Provavo ribrezzo per loro, non ho mai provato ribrezzo per Jan Ullrich. 

“Ho imparato molto rapidamente che il doping era diffuso. Mi hanno insegnato: sei bravo, hai un grande talento, ti alleni con tantissima dedizione, hai tutte le qualità che ti servono. Ma se vuoi mantenere questo livello devi farlo. La percezione diffusa all’epoca era che senza aiuti sarebbe stato come partecipare a una sparatoria armati solo di coltello. L’atteggiamento generale era: se non lo fai, come sopravvivrai alla gara?”, ha ricordato il tedesco sempre a Stern. 

Ora Jan Ullrich dice di star meglio, che il peggio è passato. Chi lo ha visto di recente alle prese con la sua vita privata mi ha detto che sembra essere così davvero. Il merito, dicono, è stato anche e soprattutto della bicicletta e di chi non lo ha dimenticato, tipo il suo grande avversario Lance Armstrong. 

Chi lo ha visto pedalare in bicicletta ha detto che quelle gambe sono ancora quelle lì, straordinarie e fuori dal comune, certo appesantite dagli anni e dalla vita, ma sempre quelle. 

Ho incontrato solo una volta Jan Ullrich in vita mia. Aveva già smesso con il ciclismo e io avevo già iniziato a scrivere. Vidi un uomo che non era più quello che avevo visto in corso. Un uomo che stava fuggendo dalla vita allo stesso modo nel quale nei giorni buono fuggiva dal gruppo: di forza e di ritmo. 

Qualche mese dopo Jan Ullrich rischiò la morte. Stava soprattutto rischiando di perdere quel minimo di fiducia che aveva in lui sua moglie e la possibilità di vedere i suoi figli: “Sapevo che dovevo fare qualcosa se volevo rivederli. Adesso ho di nuovo fame di vita”, ha commentato. 

Jan Ullrich ha sempre avuto una gran fame. L’ho sempre apprezzato perché era uno che rinunciava a nulla. È quello che viene fuori anche dal libro di Daniel Friebe “Jan Ullrich. Il più forte, il più fragile”, edito da Mulatero editore in Pagine alVento e tradotto da Filippo Cauz. 

Jan Ullrich è entrato anche nel romanzo che ho scritto “Lance deve morire”. Ci è entrato in punta di piedi, proprio nel modo opposto nel quale è apparso nel ciclismo e nella vita. Lì fu furia e velocità, nelle pagine si è presentato con fragilità e sensibilità. Quando vidi Jan Ullrich di Jan Ullrich mi colpirono gli occhi. Uno sguardo buono, dolce, consapevole che se tanto è merda non tutto è merda. Uno sguardo severo a suo modo, ma inondato di timore di poter far male. Forse anche per questo non ha sfruttato completamente quelle gambe lì. O forse no, forse sono io che non c’ho capito niente.