Liegi-Bastogne-Liegi 2024 – Una fiducia incondizionata

Liegi-Bastogne-Liegi 2024 – Una fiducia incondizionata

21/04/2024 0 Di Giovanni Battistuzzi

La strada era stretta, un lieve restringimento della carreggiata, qualche ruga sull’asfalto, un corridore che fa quello che non dovrebbe fare, che nessuno mai si augura di fare, cioè finire a terra. In una trentina passano indenni, gli altri devono rallentare, in molti sono obbligati a mettere il piede a terra. Tra questi parecchi corridori di grande livello, a partire da Mathieu van der Poel. Non solo lui però: c’è pure Tom Pidcock, c’è Simon Yates, Aleksandr Vlasov, Pello Bilbao, Bob Jungels, Romain Grégoire, Valentin Madouas, Mauri Vansevenant. Tutta gente che su di un podio di una grande classica non è blasfemia pensare di vederli.

A poco meno di un centinaio di chilometri dall’arrivo, il ciclismo offriva l’ennesimo copione alternativo di quest’anno, metteva ruote su asfalto, corpi su asfalto, la sua firma d’imprevedibilità. Perché in fondo è anche questo il ciclismo. Un procedere veloce e per questo instabile in un terreno qualunque, aperto a tutto trecentosessantacinque giorni all’anno, trecentosessantasei in questo 2024. 

A poco meno di un centinaio di chilometri dall’arrivo, la Liegi-Bastogne-Liegi prendeva una forma tutta nuova, imprevedibile. Poteva, forse doveva, essere riscritto il copione. 

Tadej Pogacar infatti non era con i ritardatari, era davanti: secondi, diventate a decine, e ben oltre un minuto. Era davanti con attorno tutti i suoi compagni di squadra. I gregari tenevano un ritmo alto, quello che avevano iniziato a dettare ben prima della caduta e del blocco che ha spaccato in due il gruppo. 

Il copione però non è cambiato. C’è stato nessun cambiamento apparente, quasi come nulla fosse successo alle spalle del gruppo guidato dagli uomini di Tadej Pogacar. 

A seguire una logica spiccia si la UAE Team Emirates avrebbe dovuto accelerare, incrementare il ritmo, mettere più minuti possibili tra loro e gli altri. Nessuno con la maglia della UAE Team Emirates ha però accelerato il ritmo, hanno continuato a correre come se nulla fosse successo. E non per fair play, c’entra niente il fair play. A non far cambiare i piani della squadra è stata la totale e incondizionata fiducia in Tadej Pogacar

Tadej Pogacar doveva scattare sulla Redoute, i suoi gregari lo dovevano scortare sino a lì nel miglior modo possibile. E il miglior modo possibile era quello di scortarlo fino a lì con il maggior numero di persone al suo fianco. Perché se la fiducia nello sloveno è assoluta, si sanno mai i piani della sfiga. E basta uno pneumatico che s’affloscia, un’ammiraglia lontana e anche il miglior corridore da inseguito si trasforma in inseguitore. E quindi era meglio un uomo in più il più vicino possibile che qualche minuto di vantaggio. 

E così gli inseguitori sono rientrati e ben prima della Redoute.

Un'immagine della Liegi-Bastogne-Liegi 2024 vinta da Tadej Pogacar (foto ASO/Gaëtan Flamme)
Un’immagine della Liegi-Bastogne-Liegi 2024 vinta da Tadej Pogacar (foto ASO/Gaëtan Flamme)

Tadej Pogacar doveva scattare sulla Redoute e sulla Redoute è scattato. Per qualche centinaia di metri Richard Carapaz gli è rimasto vicino, il suo ghigno ben visibile alle spalle dello sloveno. Non si è più abituati a vedere un volto vicino alle spalle di Pogacar, lo stupore c’era, poi è svanito velocemente. Tutto è rientrato nel consueto ordine delle cose.  

Tadej Pogacar ha pedalato per quasi trentacinque chilometri solo, con al suo fianco solo persone esultanti, festanti, applaudenti, del tutto disinteressati della nazionalità di quel corridore in maglia bianca. Dovrebbe fregare nulla a nessuno del luogo di origine di un corridore quando quel corridore fa cose alla Tadej Pogacar, quando si riesce a ritrasformare il ciclismo in uno sport di solitudine. 

Sulla banchina della strada che portava in cima alla côte de la Roche-aux-Faucons, a lato delle strade di Liegi sembrava di essere in Slovenia. Era tutto un applaudire, un allez. 

Vogliono bene in tanti a Tadej Pogacar e gente di tutto il mondo. Con lui è decaduto il concetto di appartenenza territoriale, Tadej Pogacar è diventato bene collettivo e chi si mette a bordo strada gode del suo talento enorme e solitario. 

Tadej Pogacar ogni tanto le telecamere se lo sono perso. Gli scatti erano dietro, tra quelli che ragionavano su come fare a raggiungere il secondo posto. Nessuno si sentiva di essere meglio degli altri, perché forse davvero nessuno ne aveva più degli altri. Serviva cogliere il momento giusto con le gambe buone. L’hanno intercettato per l’arrivo, per le ultime pedalate, mentre salutava tutti, prima di alzare le braccia e le dita al cielo a ricordare la mamma del suo amore, Urška Žigart, morta il 22 aprile di due anni fa.

Romain Bardet aveva le gambe buone e ha scelto il momento giusto. Ha puntato su di lui, sulle sue gambe che sembrano non sentire gli anni che passano, che anzi sembrano diventare sempre più precise anno dopo anno. Ha attraversato la linea d’arrivo per secondo, con un sorrido di enorme soddisfazione in volto. Perché sul podio della Liegi-Bastogne-Liegi era salito, ma sul terzo gradino del podio e sette anni fa, cioè una vita fa, almeno a fare i conti con il ciclismo di oggi. 

Secondo, davanti a Mathieu van der Poel che non è stato dove tutti avevano immaginato sarebbe dovuto essere, ossia vicino, vicinissimo a Tadej Pogacar. La convinzione dei più però non coincideva con la sua. Dopo una primavera passata a mettere insieme le pietre del Giro delle Fiandre con quelle della Parigi-Roubaix, sapeva che non poteva correre sulle côtes come sulle pietre. Era conscio che l’azzardo di una corsa di testa non avrebbe pagato. E così, per una volta nella sua vita ciclistica, si è messo a fare il ragioniere, a calcolare costi e benefici, a dosare le energie che aveva nelle gambe. Un calcolo perfetto, volata vinta, podio conquistato, il sorriso di chi sa di avere portato a casa il massimo che poteva portare a casa. 

Vince Pogacar, l’ordine d’arrivo della Liegi-Bastogne-Liegi 2024

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