L’importanza di arrivare a Roubaix
13/04/2026Alastair MacKellar è arrivato ultimo e fuori tempo massimo alla Parigi-Roubaix 2026. Ma è arrivato. “Se c’è una gara in cui vuoi arrivare ultimo, è proprio questa”
Quando era in Australia di Alastair MacKellar dicevano: un corridore di talento, un buon scalatore. Anche quando è arrivato in Europa il giudizio sull’australiano non è cambiato: un corridore di talento, un buon scalatore. E infatti quando la strada sale Alastair MacKellar dà il suo meglio. Soprattutto quando le salite sono tante, pendenti e non troppo lunghe. Per questo venne scelto dall’EF Education – EasyPost un anno fa.
All’EF Education – EasyPost l’australiano si è messo a disposizione conscio del fatto di non essere un fenomeno e che aiutando avrebbe imparato a essere un buon corridore. Aspettava salite buone per mettersi alla prova. Intanto però sognava altro. Sognava la corsa che sapeva non essere fatta per lui, che non avrebbe mai potuto vincere: la Parigi-Roubaix. Sapeva di non essere un corridore adatto al pavé della corsa francese, però sentiva il suo cuore di pietra battere e il richiamo irresistibile delle campagne del Nord della Francia.
Un anno fa Alastair MacKellar era pronto a correre su quelle pietre. Tutto era pronto. Poi cadde nel corso della terza tappa del Région Pays de la Loire Tour. Commozione cerebrale. Niente Parigi-Roubaix.
Ha dovuto aspettare un anno. Il suo sogno lo ha realizzato domenica 12 aprile 2026.
Un sogno che ben presto si è trasformato in un mezzo incubo.
“È stata una giornata piuttosto impegnativa a livello mentale. Ho perso le ruote del gruppo molto prima di quanto avrei voluto. Kasper (Asgreen, ndr) ha forato nel terzo settore e la corsa era già impazzita. Sono stato con lui, ho cercato di aiutarlo a rientrare. Ho pedalato al massimo delle mie capacità e ho fatto il poco che potevo, che non era molto”, ha raccontato.
Quando si è staccato è rimasto da solo, inseguito soltanto dalla voiture balai, l’auto che raccoglie i diseredati delle corse. Ultimo, solo.
“All’inizio non pensavo di farcela. Pensavo: ‘Arriverò alla Foresta di Arenberg, troverò qualcuno e mi ritirerò'”. Poi, sul pavé della Foresta di Arenberg, ha visto alcuni corridori, li ha raggiunti. Questi però sono scesi di bici e si sono ritirati. È rimasto di nuovo solo. Ha pensato: “Farò ancora un paio di settori e vedremo”. In fondo era sul pavé, stava correndo la corsa che aveva sempre sognato di correre.
“Quel paio di settori è diventato un altro paio. E ti ritrovi a dire: ‘Oh, mi mancano ancora 70 chilometri’. Così continui a spingere e poi arrivi a un punto in cui pensi: ‘La finisco e basta, no?’. È una bella soddisfazione portarla a termine”.
E così è arrivato all’arrivo. Sempre ultimo, sempre solo, sempre con alle spalle la voiture balai, che ogni tanto si attardava a recuperare gente. Ma poi tornava.
“La verità è che quando sono partito non avevo idea di cosa aspettarmi. Non ho potuto fare una ricognizione perché ho corso all’inizio della settimana e non avevo mai nemmeno affrontato un vero tratto di pavé, quindi sono andato un po’ alla cieca. Devo dire che la Roubaix è all’altezza della sua fama. Il pavé è difficile, ma non appena si affronta l’Arenberg, ogni altro settore sembra facile perché quello è dannatamente impegnativo”.
All’arrivo ci è arrivato. Ultimo e fuori tempo massimo, ben oltre venticinque minuti dopo il primo, Wout van Aert. Però è arrivato.
“Provo emozioni contrastanti perché sono l’ultimo corridore e nessuno vuole mai arrivare ultimo in una corsa. Ma credo che se c’è una gara in cui vuoi arrivare ultimo, è proprio questa. Quindi provo emozioni contrastanti e forse sono anche un po’ deluso, ma penso che nei prossimi giorni o settimane ripenserò a questa gara e sarò contento di averla conclusa”.
Vale la pena arrivare ultimo a Roubaix. Vale la pena solo per vedere l’effetto che fa la Parigi-Roubaix, poter raccontare di essere arrivati all’arrivo.

