Marco Pantani sulla cima del Mont Ventoux
22/07/2025Il 13 luglio del 2000 salendo verso la cima de Mont Ventoux Marco Pantani si concesse una seconda occasione ciclistica a Tour de France
Quel giorno tutto cambiò tra le pietre. La storia cambiò come per incanto proprio quando l’ombra degli alberi smetteva di proteggere le teste e le schiene dei corridori dal caldo sole francese. Proprio nel luogo dove la montagna espone i ciclisti al vento e ai raggi solari, lì dove le crisi si accelerano e diventano rese, Marco Pantani si alzò sui pedali e provò a staccarsi di dosso le difficoltà .
Sino a quel momento il Mont Ventoux era stato per lui uno strazio. Si era staccato presto dal gruppo dei più forti, aveva rischiato di affondare, di vivere un altro pomeriggio triste, uno di quelli capaci di rendere ancor più perso e ancor più malinconico il suo sguardo.
Fu proprio quando iniziò a valutare la possibilità di scendere di sella e salire in ammiraglia per fuggire da quel presente fatto di pensieri foschi e montagne nemiche, che qualcosa cambiò. D’un tratto, Marco Pantani si sentì leggero, come se ciò che sino a quel momento lo voleva riportare a valle avesse deciso di lasciarlo libero.
L’orizzonte si era aperto. Il vento che scendeva dalla cima del Mont Ventoux si era iniziato a sentire. E con lui la sua voce. Una suono celestiale che solo poche orecchie riescono a percepire.
Marco Pantani guardò le sue gambe muoversi alla maniera dei tempi felici. Iniziò a scorgere le spalle dei migliori, digrignò i denti e li raggiunse.
La voce del Mont Ventoux stava rileggendo quelle righe che Francesco Petrarca aveva scritto su di lui. E le stava rileggendo per chiunque avesse l’orecchio capace di sentirle.
Diceva:
Avevamo appena lasciato quel colle che già io, dimentico del primo errabondare, sono di nuovo trascinato verso il basso, e mentre attraverso la vallata vado di nuovo alla ricerca di un sentiero pianeggiante, ecco che ricado in gravi difficoltà . Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo. Insomma, in poco tempo, tra le risa di mio fratello e nel mio avvilimento, ciò mi accadde tre volte o più. Deluso, sedevo spesso in qualche valletta e lì, trascorrendo rapidamente dalle cose corporee alle incorporee, mi imponevo riflessioni di questo genere: “Ciò che hai tante volte provato oggi salendo su questo monte, si ripeterà , per te e per tanti altri che vogliono accostarsi alla beatitudine; se gli uomini non se ne rendono conto tanto facilmente, ciò è dovuto al fatto che i moti del corpo sono visibili, mentre quelli dell’animo son invisibili e occulti. La vita che noi chiamiamo beata è posta in alto e stretta, come dicono, è la strada che vi conduce. Inoltre vi si frappongono molti colli, e di virtù in virtù dobbiamo procedere per nobili gradi; sulla cima è la fine di tutto, è quel termine verso il quale si dirige il nostro pellegrinaggio“.
Era la storia di Francesco Petrarca, era la storia di Marco Pantani.
Al Pirata però non bastava raggiungere la cima, voleva essere il primo a raggiungere la cima. E lì in cima cercava la pace, la possibilità di lasciarsi alle spalle l’inferno che si era creato dentro e attorno.
Per questo si alzò sui pedali e scattò.
Per questo cercò di andarsene, di fuggire dagli avversari.
Si sentì vivo nel sentire i muscoli bruciare per lo sforzo, nel sentire il suo cuore accelerare all’accelerare delle ruote sull’asfalto.
Rimase solo. Troppo poco però. Alle sue spalle apparve l’uomo vestito in giallo, quello che aveva iniziato a vincere tutto e a comportarsi da padrone.
Marco Pantani provò a riabbracciare la solitudine. Non ci riuscì. In cima però riuscì a precederlo. Aveva vinto. Aveva vinto rischiando di perdersi e di perdere tutto. Ma aveva vinto.
Quel 13 luglio del 2000, era riuscito ad arrivare in cima al Mont Ventoux per primo.

